Storie di… vino! – Le Eccellenze del Veneto – Parte 4

Per questa puntata del nostro tour delle eccellenze del Veneto, abbandoneremo la provincia di Treviso e ci addentreremo nelle provincie di Vicenza e Verona, zone di ricchissima produzione vinicola. Famosi e decantati sono sicuramente i rossi secchi come l’Amarone della Valpolicella e il Bardolino Superiore, ma non solo: avete mai gustato i famosi recioti? Bene: ve ne sono ben tre che si forgiano della denominazione D.O.C.G., uno in provincia di Vicenza, il Recioto di Gambellara, e due in provincia di Verona, il Recioto della Valpolicella e il Recioto di Soave.

Consentiteci prima la nostra consueta digressione storica: anche nell’antica Roma esistevano l’equivalente delle nostre enoteche. Erano dei locali molto grandi, fumosi e spesso sudici e si chiamavano taverne o popine. L’ambiente non era certo adatto ai palati più fini: oltre che sporco, era frequentato da giocatori d’azzardo, ubriaconi, delinquenti e attaccabrighe. Durante i banchetti (che spesso degeneravano in baccanali) era necessaria la presenza di un esperto, l’haustores (antenato del contemporaneo sommellier), che decideva, in base al menù, con quanta acqua allungare il vino, che non era mai di qualità sopraffina (uno dei vini più pregiati dell’epoca, il Falernum, l’attuale Falerno, era a unico appannaggio dei nobili Patrizi).

Torniamo ora ai giorni nostri e al Recioto: da dove arriva questo nome così curioso?

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Storie di… vino! Le eccellenze del Veneto – Parte 3

Il mese scorso avevamo interrotto il nostro tour delle eccellenze vinicole nella zona D.O.C. Lison. In questa nuova puntata ripartiremo da dove ci eravamo fermati, percorrendo la provincia di Treviso verso Nord-Ovest, per arrivare forse nella più famosa zona del Veneto nel mondo per quanto riguarda la produzione vinicola: quella del Prosecco.

Una prima precisazione, doverosa: il Prosecco è, prima ancora di essere un vino, un vitigno, conosciuto anche con il nome Glera, presente in diverse varietà. Dalle sue bacche bianche si ottiene il vino omonimo, prodotto ormai nella maggioranza dei comuni del Veneto (e non solo) e apprezzato in tutto il mondo per la sua poliedricità in fatto di accostamenti a tavola. Quindi non solo per l’aperitivo e per lo spritz, ma a tutto pasto e per tutti i gusti.

Prima però, il consueto salto indietro nel tempo: lo sapevate che nell’antica Roma non era consentito bere alle donne? Il frutto di Bacco era solo per gli uomini sopra i trent’anni. Pensando alla sua funzione sociale ai giorni nostri sarebbe una tragedia, considerato che il vino, e gli alcolici in generale, sono tra gli strumenti di seduzione preferiti dei poco audaci che cercano nel Dio Bacco un modo per vincere la timidezza. Un’apposita legge, denominata Mos Maiorum, stabiliva che tra i reati punibili con la pena capitale vi fosse appunto l’aver bevuto del vino, reato considerato per gravità alla pari all’adulterio. E dulcis in fundo l’esecuzione della condanna era consentita ai parenti più stretti o al marito che, tornato a casa, poteva esercitare lo ius osculi, il diritto di bacio, sgamando così l’alito della consorte. E oggi ci lamentiamo della prova del palloncino…  La pena più frequente era la morte per inedia, considerata ai tempi tra le meno crudeli(!), ma le cronache dell’epoca riportano anche di morte in seguito a bastonate(!!). Ma perché i Romani consideravano il bere una cosa così deprecabile per le donne? Gli storici si sono sbizzarriti: secondo alcune credenze popolari, il vino poteva provocare l’aborto; secondo altre era portatore di vita come il seme maschile e quindi le donne, bevendolo, potevano mettere in pericolo la purezza della discendenza, come con il tradimento.

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Senza olio di palma – Anglofonie e cacofonie

A: Ma sei sicuro che sia il caso di procedere in questo modo? Qui ci giochiamo la reputation dell’azienda.

B: Più che sicuro. Basterà fare un bel business plan e il gioco è fatto.

A: Mmhh… Sono scettico. Non credo che l’effort sia stato valutato in maniera adeguata.

B: Convengo con te che ci sono dei rischi. Ma hai visto la swot analysis, i punti di forza sono di gran lunga superiori alle weaknesses, e i threats sono limitati a poche aree geografiche.

A: Sì, però io vedo problemi di implementation della strategia. Sai come me che non è facile trovare il giusto deployment nelle realtà locali. Non vorrei che le nostre filiali perdessero il focus e il commitment.

B: Beh, se è per questo ci sono i piani di rebate, il miglior modo per tenere in tiro la rete vendita. Ovviamente i rewards devono essere challenging.

A: Sì, ma non ne faccio una pura questione di incentives. Il problema è legato ai delivery di training da HQ verso le filiali per garantire gli skills necessari alla realizzazione del progetto.

B: Ok, vorrà dire che ci terremo tre mesi di contingency.

A: Mmhh… Non mi hai convinto del tutto, ma procediamo. Se andrà bene, avremo una best practice to copy-and-past per gli altri market segment.

Questo dialogo, surreale fino a un certo punto, potrebbe essere ascoltato in qualsiasi sala riunioni di una qualsiasi azienda del Nord-Est che abbia un minimo di affari e/o struttura commerciale all’estero. Notate niente di strano? Io l’italiano me lo ricordavo diverso… Che fine sta facendo quindi la lingua di Dante? Che stia forse segnando il passo a una nuova neolingua, come aveva profetizzato Giorge Orwell nel suo 1984?

In questa puntata di Senza olio di palma parleremo di Anglofonie e cacofonie.

Il dialogo di cui sopra, che fa certo ridere è, vi assicuro, diventato uno standard per dipendenti di aziende che lavorano con l’estero. Ma come siamo arrivati a tanto? Certo, centinaia di mail e decine di telefonate al giorno in Inglese non aiutano, ma dietro c’è molto altro.

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Quanto fa infinito meno tre?

Giovedì 10/11/2016, ore 04:05

È dai tempi dell’Università che non cammino a Padova a quest’ora. Era piacevole: strade deserte, pochi pensieri e testa pesante, per via degli spritz prima e delle birre poi. Come vorrei essere ubriaco ora, avere la testa che pulsa, incapace di concentrarmi su altro che non sia la strada. Ma stanotte è diverso, e anche se il senso di ovatta nel cervello è lo stesso di allora, non lo è il senso di leggerezza, di svogliata noncuranza per tutto ciò che mi circonda.

Un unico pensiero fisso. Devo chiamare un sacco di persone, devo avvisarli che va tutto bene. E devo essere convincente. Mi sforzo di tenere un tono rassicurante, cerco di prevedere le domande, il tono carico di ansia di chi dall’altra parte si aspetta di essere rincuorato. Sì, posso farcela. Anche se non dormo da quasi ventiquattr’ore, e oggi abbia vissuto più emozioni che in tutto il resto della vita. Nonostante io stesso non sia profondamente convinto che il peggio sia passato, devo farcela. Per lei, per lui e per noi.

Percorro quasi correndo il tratto da Via Giustiniani, all’uscita del Policlinico Universitario, a Via San Massimo, dove avevo parcheggiato circa due ore prima. Salgo in macchina, prendo il telefono e ti chiamo. Rispondi dopo il primo squillo, chiaramente mi aspettavi.

“Paolo sta bene”.

Ti spiego, cercando di essere il più convincente possibile, ciò che mi hanno detto i dottori. Mi sento ripeterti almeno tre volte sta bene e sento la tua ansia sciogliersi. Ma in realtà ho paura, una paura fottuta. E rabbia: è così profondamente ingiusto che io sia qui, vicino a lui, e tu no. Ma finché parliamo riesco a controllarmi, la tua voce mi calma, anche ora che sei in ansia. Dici sempre che sono il tuo ansiolitico naturale; forse è vero, perché sono più razionale di te, ma solo ora mi rendo conto che anche tu, per il solo fatto di esserci, lo sei per me.

Ho fretta di chiudere la conversazione, non vorrei trapelassero i miei dubbi, che ora non posso permettermi. Devo andare a casa, in fretta, riposare per poi ripartire. Ci sono così tante cose da fare domani…

Con la scusa di chiamare i nostri rispettivi genitori riesco a mettere giù prima di cedere. Ingoio saliva amara, giro la chiave e accendo le luci, deciso a partire senza indugi. Sto per togliere il freno a mano quando arriva: una sensazione di freddo improvviso, dalla nuca alla sommità della testa. Un’immagine si staglia davanti senza alcuna possibilità di tregua: luci accecanti attorno al suo corpicino esile, in contrasto con il buio della notte. La prima immagine di Paolo, nostro figlio, non è quel quadro che ci eravamo raffigurati, quell’apoteosi di tenerezza di una nuova vita che nasce, ma un incubo fatto di angoscia e terrore. Elettrodi che partono dai piedini, dal torace, dai fianchi, cannule che escono dal naso e quel visino che sembra ignaro di tutto quel trambusto, innocente come il bianco della sua pelle.

Basta, non ce la faccio più. Reclino la testa all’indietro, stringo le mani sul volante e scoppio a piangere. Forte, senza alcun bisogno e voglia di controllarmi. Mi lascio andare, sentendo salire il calore sulle guance, assaporando i singhiozzi. Finalmente.

 

Sabato 12/11/2016, ore 12:10

Riesco a scattarti una foto. Rivederla ci farà piangere, domani come tra trent’anni. È forse questa la felicità? Se la intendiamo come la fine di una sofferenza, certo, lo è. Ma in realtà è solo sollievo. E questo che mi hai confidato, qualche giorno dopo, di aver provato.

Tu che stringi Paolo al petto, seduta in quella scomoda sedia nella nursery è una delle immagini più forti che ricorderò di quei giorni. Eri così fragile e provata, eppure è solo da allora, solo dal quel preciso momento, che tutto è come avrebbe dovuto essere dall’inizio. Il vostro primo abbraccio.

Ci sono cose che un uomo non può comprendere: le sensazioni e il trasporto di una mamma, ad esempio. Posso arrivare a intuire, ma non comprendere. Impossibile decifrare ciò che stai provando. Quindi decido di fare lo spettatore, di essere almeno utile, per farti quella foto che, come l’alcol per un alcolizzato, ti farà paura ma che continuerai a cercare. Mi perdo nel particolare della tua camicia da notte, di come ti veste sulle gambe, sui fianchi. Credimi se ti dico che ti vedo bella anche ora. Nonostante anch’io senta il bisogno di stringere nostro figlio, non voglio rubarvi quel momento, che è solo vostro. Lo capisco anche dal senso di abbandono che vedo in Paolo, quel lasciarsi andare nel tuo petto senza condizioni. È una cosa animale, istintiva. Vedendovi così, insieme finalmente, capisco che l’incubo è finito e finalmente potremo partire come famiglia. In questi ultimi tre giorni le nostre energie e speranze erano rivolte unicamente alla sua sopravvivenza, a dare un seguito a quel benvenuto così traumatico che il mondo gli aveva riservato, mentre ora potremo cominciare a programmare la nostra vita insieme. Non so come andrà, ho letto molti libri, ma mi rendo conto che nessuno potrà mai dirti cosa fare. Nessuno potrà mai dirti che genitore sarai. Io posso solo dire che mi farò guidare dall’amore. Per lui e per te.

Sono le ore 12:10 di Sabato 12 Novembre, e Paolo è tornato dal reparto di Patologia Neonatale di Padova. Ora è in Ostetricia a Piove di Sacco, ed è finalmente tra le braccia della sua mamma.

Mercoledì 09/11/2016, ore 23:15

Esco dalla sala travaglio. Fuori, in corridoio ci sono i tuoi genitori e tua sorella. Siamo ben oltre l’orario di visita, ma chi avrebbe mai potuto fermarli? Cerco di assumere la mia miglior faccia da culo e riesco a dire, con voce ferma, “devono farle un cesareo d’urgenza”. Tua mamma esce dal reparto piangendo, tuo papà rimane pietrificato, tua sorella fissa lo sguardo a terra. Credo l’avessero capito nell’istante stesso in cui mi hanno visto uscire. Io comincio a camminare avanti e indietro, a braccia conserte, sforzandomi di non incontrare mai il loro sguardo.

Qualche minuto prima ero dentro con te. Eravamo insieme, uniti in quello sforzo sovrumano, tributo da pagare per una nuova vita che arriva. Tu, pudica e discreta anche nel dolore, nello sforzo più grande che si possa immaginare e che solo una mamma può sopportare, e io, che cercavo di farti rimanere concentrata ma conscio della mia impotenza davanti a tanto. Dopo sette ore di travaglio, tre induzioni e passato l’effetto dell’epidurale non urlavi, solo ansimavi piano, il dolore ti aveva ormai vinta in un torpore vicino all’incoscienza. Ma c’eravamo vicini, eccome se c’eravamo. La dilatazione era massima, il suo battito regolare, Una mattina di Einaudi che andava a loop, la luce soffusa, l’ostetrica che ormai sentiva la sua testina affacciarsi al mondo. Il rumore del suo battito attraverso il monitoraggio mi dava tranquillità, era il metronomo che scandiva il tempo in quegli istanti unici. Avevamo ripassato insieme la respirazione durante le varie fasi del travaglio, sapevo qual era il mio compito e cercavo di farlo al meglio, unico modo per darti un po’ di supporto.

Quando nasce un figlio nasce anche un papà, è questa la grande differenza: tu sei diventata mamma nel giorno in cui abbiamo scoperto di aspettare un bambino. Ed è proprio così: il bambino lo si aspetta, ma tu lo avevi già cullato nella pancia per nove mesi e più. Quarantuno settimane e due giorni, per la precisione. Io stavo diventando padre solo ora, nel momento in cui vi vedevo lottare insieme per la vita.

In quegli ultimi istanti concitati mi sforzavo di pensare al momento in cui lo avremmo preso tra le braccia, al nostro primo sguardo insieme, alla nostra commozione, al nostro scoprirci genitori per la prima volta. Avevo provato a immaginare questo momento diverse volte, ma senza mai coglierne la vera essenza. Aspettavo, tra una carezza e una spinta, che Paolo arrivasse tra di noi.

Ma non ero pronto per questo, nessuno può esserlo. Il metronomo che rallenta, una voce stridula che rompe l’idillio e tutto il resto poi vissuto come al rallentatore. Il suo battito che rallenta, e rallenta ancora, la sala parto che si affolla di gente, tu che urli il suo nome con quel poco di fiato che ti è rimasto, io che esco come un automa dalla sala travaglio, senza che nessuno abbia bisogno di dirmi ciò che ormai era diventato ovvio.

Ci sono immagini che rimangono indelebili: per me saranno quelle di un’ostetrica che entra con le braccia insaponate fino alle spalle per prepararsi per l’operazione. Sono le 23:15 di Mercoledì 9 Novembre 2016.

Poi venti minuti di nulla. Non ricordo alcuna sensazione in quel mio passeggiare nervoso. Fino a che sento il pianto di un neonato. Paolo è nato ed è vivo, penso. I dati ufficiali diranno alle 23:28. Non riesco a sentirmi felice, e nemmeno sollevato, perché all’appello manchi ancora tu, e senza di te manca la metà del mondo.

Passano altri quindici minuti. Mi ripeto che è normale, perché in fin dei conti ti hanno fatto un’anestesia totale, ma la verità è che ho paura. Mai, nemmeno da bambino, ricordo di aver provato un tale senso di impotenza. Finalmente esce un’ostetrica, la stessa che ci aveva seguito fino alla fine del travaglio, e sorridendomi dice “stanno tutti e due bene”. Brividi alla nuca, e un macigno che dal cuore si sposta un po’ più in basso. Finalmente posso di nuovo guardare in faccia i tuoi genitori e tua sorella e posso condividere con loro questo istante di sollievo.

Prima che possa vederti passano, mi pare di ricordare, altri quindici minuti. Ti raggiungo ai piedi del letto e ti leggo l’incubo negli occhi, tremi per il post operazione e la paura. A nulla servono le mie raccomandazioni e quelle dei dottori: hai bisogno di Paolo, hai bisogno di vederlo e sentirlo. Ci dicono che appena nato non respirava, che hanno dovuto ventilarlo, che ora sta bene ma che per precauzione devono portarlo a Padova per accertamenti. Sospetta asfissia per funicolo al collo, diranno. Negli istanti finali pre-parto il cordone ombelicale gli si era attorcigliato intorno al collo, creando una sofferenza cardiaca. Chi sa delle conseguenze al cervello da carenza di ossigeno non può rimanere tranquillo davanti alla frase “sta bene, ma dobbiamo mandarlo a Padova per accertamenti”. Beata ignoranza.

Il resto è un altro vortice di immagini impresse nella memoria in ordine casuale: la prima immagine di Paolo, il breve istante in cui lo hanno ricongiunto a te, la sua mamma, prima di caricarlo nell’ambulanza, il tragitto fino a Padova in macchina, l’arrivo al reparto di Patologia Neonatale, la firma delle carte in cui mi assumevo, come padre, la responsabilità delle conseguenze in seguito a tutte le cure invasive necessarie per tenerlo in vita. E tu sempre sola e lontana da noi.

Ci sono infiniti modi per approcciare la paternità; il destino ha deciso che il mio doveva essere il più eclatante. Il senso di responsabilità mi era arrivato tutto in una volta, imponente e crudele, come uno tsunami davanti a una casa di paglia. Ci aspettavano giorni duri: tu sola a Piove di Sacco, io su e giù a Padova, a vedere i suoi progressi e portarti foto e informazioni fresche. Ma per quanto riuscissi a rimanere ottimista, il pensiero di te senza Paolo nei primi giorni della nostra vita insieme mi serrava la gola e mi lasciava un profondo senso di ingiustizia e frustrazione.

L’incubo non era ancora finito.

 

Sabato 19/11/2016, ore 11:30

Finalmente siamo seduti nel nostro divano, rilassati. Paolo ha appena fatto la sua terza poppata giornaliera e dorme beato nella culla. Siamo a casa da Lunedì sera, ma i primi giorni sono stati frenetici, si sono susseguiti senza che ci fosse distinzione tra notte e giorno, tra pranzo e cena. Paolo ci aveva già sconvolto abitudini, casa e vita. È strano che, per quanto sia normale e in qualche modo ci sia da aspettarselo, è una cosa che coglie sempre tutti impreparati. Dopo quei giorni in ospedale non avevamo avuto modo di rifiatare, Paolo reclamava giustamente tutte le nostre energie e attenzioni.

Lo guardiamo dormire sereno e ci sembra quasi impossibile dopo tutto ciò che abbiamo passato. È la prima volta che ci prendiamo una piccola pausa da quando ti hanno ricoverata, e cominciamo a scambiarci le nostre opinioni, sensazioni e sentimenti di quei giorni. Io ti confido che ero molto più impaurito di quanto ti avessi fatto credere, tu mi condividi gli incubi che hanno infestato quelle notti maledette in cui eri sola in quel letto d’ospedale. Ciascuno ora è più consapevole di ciò che ha passato l’altro e ora, forse, siamo ancora un po’ più uniti.

La tristezza di non averlo stretto tra le braccia al suo primo respiro non ci ha ancora abbandonati, e so che rimarrà per sempre un’ombra nel nostro percorso. Ma abbiamo ancora un numero infinito di sguardi, baci e carezze; un numero infinito di giorni, esperienze e scoperte; un numero infinito di volte in cui ci stupiremo di come possa essere bello essere i suoi genitori. Abbiamo perso solo tre giorni, in fondo.

Ma nel tuo sguardo vedo un’amarezza che non ti ho mai visto, una tristezza profonda che ti solca il viso. E allora capisco che hai bisogno di me, ora. Hai bisogno che ti dica qualcosa di bello, qualcosa che ti faccia affrontare il futuro con fiducia. Ti guardo, respiro a fondo, ti prendo il viso tra le mani e ti sussurro, con voce rotta: “Quanto fa infinito meno tre?

E ora, finalmente, tutto è come dovrebbe essere.

Pollice opponibile – Allattamento in pubblico

Si sentiva proprio la mancanza dell’ennesima polemica inutile. Come se non ci fossero questioni più importanti con cui impegnare le nostre cellule grigie. Sarà perché sono diventato padre da poco e sono più sensibile, ma ho la netta sensazione che ultimamente sia stato preso di mira il seno delle neo mamme. Per questa puntata di pollice opponibile ci occuperemo dell’allattamento in pubblico.

Sembra che la polemica si sia inserita in un “buco” legislativo: manca infatti in Italia una legge che regolamenti l’allattamento nei luoghi pubblici. Ma la vera domanda è: serve davvero una legge che certifichi quanto la Natura ha già stabilito? Sembrerebbe, data l’atavica capacità dell’essere umano di complicarsi la vita, proprio di sì: altri paesi, manco a dirlo, hanno già regolamentato in merito. In USA l’allattamento in pubblico è consentito già da tempo quasi ovunque, mentre in UK lo è grazie al Equality Act dal 2010. Altri paesi, come le Filippine, hanno preso la direzione opposta: allattare è consentito praticamente solo tra le mura domestiche; il che ha scatenato roventi polemiche e manifestazioni di piazza.

Tornando in Italia, non essendoci una regola, è tutto lasciato al buon senso di ciascuno. Quindi la cosa è, per ora, una pura questione etica e/o morale. Sono stati recentemente riportati casi di intolleranza da allattamento in bar e luoghi pubblici, chiamando in causa a giustificazione una fantomatica politica del locale. L’Unicef e l’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomandano di creare ambienti accoglienti per favorire l’allattamento in strutture pubbliche. Alcune amministrazioni locali hanno fatto partire il progetto Baby Pit Stop, che prevede uno spazio dedicato all’allattamento e alla cura del bambino all’interno di luoghi pubblici come negozi, ristoranti, università e supermercati. Nell’attesa di capire chi pagherà e che reale diffusione avrà il progetto, ritorniamo all’aspetto etico/morale.

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Storie di… vino! Le eccellenze del Veneto – Parte 2

Riprendiamo la nostra panoramica sulle zone di eccellenza vinicola del Veneto. La scorsa volta abbiamo descritto, tanto per rimanere nelle vicinanze di casa nostra, la D.O.C. Riviera del Brenta. In questa puntata esploreremo le aree nel Nord-Est, che interessano principalmente le province di Treviso e Venezia.

Prima però, un breve salto indietro nel tempo: siamo nell’antica Roma, ospiti nella dimora di un ricco patrizio, distesi su un triclinio. Le pietanze, come le coppe, si susseguono incessanti, perché il vino è prima di tutto convivio. Il galateo dell’epoca però impone al padrone di casa di non far ubriacare i commensali. Ma come evitarlo, se ogni scusa è buona per un brindisi, alla salute di un amico o dell’amata, svuotando tante coppe quante erano le lettere del nome dell’interessato/a? Allungare il vino con acqua era una pratica quindi necessaria, ma il più delle volte insufficiente: al fine di “liberare” l’ospite dagli eccessi, i servi a fine pasto servivano un disgustoso miscuglio di mandorle amare tritate, cavolo crudo e polmone di capra. Il vomito, e quindi la “liberazione”, erano assicurati. Come diceva il grande Totò, “alla faccia del bicarbonato di sodio!”

 

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Pollice opponibile – Ludopatia

Quante volte abbiamo messo in dubbio l’intelligenza del genere umano? Quante volte abbiamo giudicato l’agire dei nostri governi dissennato, oppure il comportamento di qualche conoscente quantomeno stupido? Se dobbiamo credere alla teoria evolutiva, cioè che l’uomo deriva dalla scimmia, c’è da dubitare che il processo sia veramente giunto a conclusione. Anzi, se studiassimo a fondo i comportamenti sociali dei nostri amici primati capiremmo che, spesso, avremmo solo da imparare. Analizzando le regole tribali che governano la nostra società sembrerebbe che, sempre più spesso, la nostra indole ancestrale prenda il sopravvento e finiamo per comportarci, per l’appunto, da scimmie.

Solo i primati e l’uomo, salvo alcune eccezioni, hanno il pollice opponibile, sono cioè in grado di sovrapporre il pollice alle altre dita della mano. Questa è, ad esclusione del sopracitato intelletto, ciò che ci accomuna maggiormente ai nostri cugini. Vedendo ciò che ci accade intorno però, non sono così sicuro che alle scimmie faccia poi tanto piacere essere accostate all’uomo. Io, al posto loro, prenderei le distanze…

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Senza olio di palma – Il risvolto del risvoltino

Avete mai pensato quali dei nostri comportamenti, scelte e atteggiamenti sono realmente dettati da libero arbitrio e quanti sono invece influenzati dalle mode del momento? Considerando l’enorme quantità di stimoli che riceviamo quotidianamente da televisione e social media, dare una risposta certa potrebbe essere più complicato del previsto. Certo, la domanda è provocatoria: chi sarebbe disposto ad ammettere di essere così pesantemente influenzato da scelte di altri? Può valere per il vestire, per la pettinatura (chi scrive, almeno in questo, può dire di esserne immune…), per le abitudini culinarie.

Ecco, prendiamo il cibo: negli ultimi tempi il Grande Satana in ambito alimentare è senz’altro l’olio di palma: sembra sia stato recentemente aggiunto nella lista delle armi di distruzione di massa. Già vedo nel prossimo conflitto globale frotte di aerei volare a bassa quota per spargerlo su ignari e inermi cittadini. Risultato: tra un po’ troveremo la dicitura “senza olio di palma” in oggetti insospettabili, come vestiti, giocattoli e creme corpo.

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Storie di… vino! Le eccellenze del Veneto – Parte 1

Storie di…vino!

Le eccellenze del Veneto – Parte 1

Articolo apparso su Me Magazine del mese di Novembre 2016

La produzione vinicola è certamente uno dei fiori all’occhiello della nostra bella Riviera del Brenta. La tradizione vuole farla risalire all’epoca etrusca, anche se per avere produzioni di un certo rilievo si son dovuti attendere i Romani. I nostri antenati capitolini erano, però, alquanto bizzarri: potevano bere solo gli uomini adulti oltre i trent’anni e usavano allungare il vino, sperando di prolungarne così la conservazione, con “ingredienti” particolari, quali profumi, resine, acqua di mare, cenere e miele, ben più invasivi del nostro innocuo acqua e vin!
La diffusione del vino nel territorio nazionale è merito quindi dei Romani, ma è grazie ai floridi commerci della Repubblica di Venezia che i vini della Riviera del Brenta hanno varcato i confini nazionali: il vino divenne infatti uno dei principali prodotti di scambio con le città di Padova e di Venezia, che lo commercializzavano in tutti i porti del Mediterraneo.
La produzione vinicola nelle terre della Riviera del Brenta è indissolubilmente legata alle potenti famiglie patrizie veneziane del XVI e XVII secolo, di cui le numerose ville lungo il fiume e i possedimenti nelle campagne circostanti ne sono testimoni e icone incontrastate.
La zona D.O.C. (Denominazione di Origine Controllata) Riviera del Brenta si divide tra le province di Venezia e Padova, delimitata a Nord dai comuni di Loreggia, Trebaseleghe e Scorzé, a Levante dai comuni di Martellago, Spinea e Mira, a Sud dai comuni di Campagna Lupia e Piove di Sacco, e a Ponente dai comuni di Limena, San Giorgio delle Pertiche, Campo San Martino e San Giorgio in Bosco.

Particolarità: nessuno dei vitigni coltivabile nella zona D.O.C. Riviera del Brenta previsto dal Disciplinare è autoctono (si tratta, cioè, di vitigni non originari delle terre in cui sono coltivati). Dalla Francia abbiamo importato Pinot Bianco, Pinot Grigio, Chardonnay, Merlot, Cabernet Franc, Cabernet Sauvignon e Carmenère; dal Friuli Tocai e Refosco dal peduncolo rosso; Raboso dalle zone del Piave e dalla provincia di Verona.

Grappolo di uva Raboso del Piave

Il 92% circa della produzione vinicola della D.O.C. Riviera del Brenta è controllato dalle Cantine disseminate nel territorio (pensiamo alle Cantine Sociali dei nostri comuni). Dall’unione delle stesse è nato il “Consorzio Tutela Vini D.O.C. Riviera Del Brenta” con lo scopo di valorizzare i vini della zona e, attraverso di essi, promuovere il turismo enogastronomico nelle nostre terre.
Altre zone interessanti nella provincia sono la D.O.C. Venezia (sì, proprio come la città) che tocca in parte la provincia di Treviso fino ai colli di Conegliano e che prevede la coltivazione degli stessi vitigni della D.O.C. Riviera del Brenta più il Verduzzo; la D.O.C. Piave che interessa, oltre le provincie di Venezia e Treviso, anche la provincia di Pordenone e che prevede la coltivazione, tra gli altri, di un vino particolare: l’Incrocio Manzoni. Quest’ottimo vino nasce da una felice intuizione del Prof. Luigi Manzoni, Preside della Scuola Enologica di Conegliano, che negli anni ’30 piantò il clone nato dall’incrocio tra  Riesling Renano e Pinot Bianco nelle colline trevigiane e ottenne un vino armonico e di interessante struttura, ora coltivato in molte altre regioni d’Italia.
Come non citare poi la D.O.C. Lison-Pramaggiore e le relativamente nuove (dal 2011) D.O.C.G. (Denominazione di Origine Controllata e Garantita) Lison e Malanotte del Piave? Ci sarebbe molto altro da dire, ma dovremo aspettare la prossima puntata.
Intanto… alla salute!

Storie di…vino! – Il Veneto e l’Amarone

Storie di…vino!

Il Veneto e l’Amarone

Articolo apparso su RDB Magazine del mese di Ottobre 2014

Il vino fa buon sangue e noi veneti lo sappiamo bene. Lo dicevano i nostri nonni, quando il vino era un alimento necessario nelle diete, talvolta povere, delle nostre campagne, e non la bevanda conviviale di oggi. La nostra fama di gran consumatori, non a torto, ci precede anche al di fuori dei confini nazionali. Fortunatamente, oltre alla quantità, possiamo essere fieri anche di produzioni di altissima qualità: il Veneto esprime infatti alcune eccellenze nazionali ormai famose in tutto il mondo.

Vini DOC VenetoAmarone, Bardolino, Recioto di Soave, Torcolato di Breganze, Refrontolo Passito, Prosecco e Raboso solo per citarne alcuni. Il loro successo è determinato dal giusto connubio tra natura e cultura: vitigni autoctoni di qualità, dolci colline e il giusto clima per gentile concessione di Madre Natura; il rispetto dell’ambiente, una cultura vitivinicola di prim’ordine in un sapiente mix di innovazione e tradizione da parte dell’uomo.

E i vini di ieri? Che vini bevevano i nostri antenati nelle nostre terre?

Scoperte archeologiche certificano la presenza della vite nel Veneto molti secoli prima di Cristo, anche se l’uva veniva consumata fresca, come alimento. Le prime testimonianze sono datate VII Secolo A.C. grazie agli Etruschi, ma è grazie ai Romani che la produzione enologica veneta compie un importante balzo in avanti, grazie al vino Retico, prodotto con uva Retica (forse un’antenata dell’attuale Valpolicella). C’è da dire che, a quei tempi, il vino non era un bene ad appannaggio di tutti: potevano infatti bere solo gli uomini adulti oltre i 30 anni (il che oggi, sarebbe una tragedia considerato che il vino, e gli alcolici in generale, sono tra gli strumenti di seduzione dei poco audaci che cercano nel Dio Bacco un modo per vincere la timidezza, ma per funzionare si dovrebbe bere in due…).

Romani vino

I nostri antenati capitolini erano poi alquanto bizzarri: usavano allungare il vino, sperando di aumentarne la conservazione, con “ingredienti” particolari, quali profumi, resine, acqua di mare, cenere e miele, insomma ben più invasivi del nostro innocuo acqua e vin!

 

 

 

Tornando a oggi, il vino più rappresentativo del Veneto in Italia e nel mondo è certamente l’Amarone. Vino corposo e di notevole struttura, inconfondibile, dal coloro rosso rubino carico se giovane, dai riflessi aranciati se invecchiato, dai profumi speziati e persistenti con piacevoli sentori di noce e frutta di sottobosco, al palato forte ma equilibrato e rotondo, lascia un piacevole retrogusto amarognolo e di cioccolato. Viene prodotto nella Valpolicella, regione collinare in provincia di Verona che comprende i comuni, nella sua denominazione Classico, cioè di più antica tradizione, di Marano, Negrar, Fumane, Sant’Ambrogio e San Pietro in Cariano, in prevalenza con uve autoctone Corvina, Rondinella, Molinara e Negrara.

Comuni Amarone

Difficile credere che un vino così famoso sia nato da un errore: si tratta in pratica di un Recioto scapà. Come il Recioto infatti, l’Amarone è prodotto con une appassite, cioè estirpate dalla pianta e fatte appassire al sole su appositi graticci dove, durante il processo di vinificazione, la fermentazione viene bloccata un po’ prima che tutti gli zuccheri si siano trasformati in alcool; ebbene, si dà il caso che da un Recioto fatto fermentare per troppo tempo se ne sia ricavato un vino passito secco, privo di zuccheri residui, molto alcolico (tipicamente sui 14°) e, a furor di popolo, apprezzatissimo.

Quindi in alto i calici e… alla salute!

Non andare via

Riemergo dal sonno, forse svegliato dal colpetto sul fianco che farai finta di avermi dato per sbaglio. Perché, in fin dei conti, lo fai sempre: quando non riesci a dormire mi svegli e mi fissi, non puoi sopportare che io dorma e tu no. Mi giro ed eccoti lì, non appena riesco a mettere a fuoco la vista. Ogni mattina guardarti è una sorpresa, perché riesco a scorgere particolari sempre nuovi. Quelle efelidi ad esempio, appena pronunciate in inverno, ma che in estate esplodono in un gioco unisci i puntini fino all’infinito, o quel naso appena storto, che si nota solo fissandoti a lungo da una certa angolazione, privilegio solo mio. E quella bocca dal taglio nobile, che tanto mi ricorda alcuni ritratti di donne del ‘500.

Ma oggi c’è qualcosa di diverso. Hai qualcosa di troppo grande per tenertelo dentro, te lo leggo negli occhi, e io mi sento utile perché sono sempre e comunque la tua prima scialuppa di salvataggio; che qualche volta fa acqua, e magari non ti porta in salvo ma, nonostante tutto, la tua prima scelta.

Ora che i miei sensi cominciano ad assestarsi, mi concentro sui tuoi occhi, che non sono gonfi solo dal sonno. E infatti mi basta un gesto per vedere la prima lacrima bagnare il cuscino. Ti accarezzo una guancia e ti scogli, sembri voler scomparire dentro il mio abbraccio. E io mi sento così egoisticamente e meravigliosamente utile ad essere lì con te e per te in questo momento.

Ho sognato di mia nonna”, sussurri. Mi devo sforzare per capire cosa questo significhi per te, e in particolare oggi. Perdere i nonni in età adulta fa parte dell’ordine naturale delle cose, è un appuntamento spiacevole a cui non vorremmo andare, ma che sappiamo già fissato. Quando purtroppo accade, è come se la fase del lutto fosse già elaborata. Forse è solo un modo che abbiamo per sentire meno male. E di solito funziona. Ma non per te, non in questo caso.

Nonna - bimbo maniDi solito gli eventi vissuti durante il giorno non entrano nei sogni la notte seguente, la nostra mente ha bisogno di elaborare le informazioni, interiorizzarle secondo meccanismi tuttora sconosciuti. Ma stavolta sono entrati spalancando prepotentemente la porta, facendo entrare un freddo che ti penetra nelle ossa. E tu non eri ancora pronta; anche se, in fondo, non lo sarai mai, perché il tempo non altera i ricordi più vividi. Il tempo non guarisce, indurisce semmai. Solo perché non riusciamo ad accettare di cascarci un’altra volta, e poi un’altra ancora, semplicemente impariamo a reagire diversamente a determinati stimoli e percezioni, e ogni volta non cadere nel vortice della malinconia diventa un po’ più facile.

Ieri era il primo anniversario della morte di tua nonna, e siamo andati insieme al cimitero a salutarla. È passato solo un anno, anche se, in realtà, se n’era già andata molto prima, chiusa in quel male terribile che ti toglie i ricordi e rende estraneo tutto, persone e cose. Quel male il cui nome ricorda più un attaccante tedesco del Bayern Monaco che una malattia. Ho avuto la fortuna di conoscerla quando ancora aveva qualche lampo di lucidità; ricordo ancora lo sforzo che fece per alzarsi dalla sedia la prima volta che mi vide. Non per me, ma per cosa io rappresentassi per te: il compagno della sua nipote prediletta. La nipote che, assieme a tua madre, aveva cresciuto. Era più di una nonna, era il metronomo che scandiva le tue giornate.

A voce bassa, scandendo le parole, mi racconti il sogno. Forse per controllare il pianto, o forse perché lo stai rivivendo anche ora, da sveglia. Una giornata come tante, in cui dopo cena scendevi al piano sotto, dove abitava con tuo nonno, a guardare la televisione. Forse era la serata di Dallas, non ricordi bene, ma ciò che ti rimane impressa è l’immagine di te e tua nonna sul divano. Lei che ti accarezza le gambe, per ore, ininterrottamente. Quando eri piccola, davanti alla televisione, come quando eri grande e andavi all’università, davanti ai libri. Forse è per questo che schiavizzi me, ora, sul divano: non posso sedermi se non con le tue gambe sopra le mie. Ora lo capisco, e sono contento che tu abbia scelto me per soddisfare questo tuo bisogno primario.

Ma è la frase che ti ha fatto svegliare di soprassalto a farti male, una frase che non riesci a dimenticare. È tardi, e tua madre, come faceva sempre, dal piano di sopra batte il mestolo sul pavimento per ricordarti che è ora di andare a dormire. Tu scatti in piedi, ma tua nonna ti blocca e ti guarda.

Non andare via”.

Solo tre semplici parole, ma non è difficile capire cosa ti stiano scatenando dentro. Il sogno ti ha travolto perché era una replica di quelle giornate lontane, semplici e vere. Così vivido da darti l’illusione di poter correre da lei, ora, come se fosse ancora lì, nel piano inferiore, ad aspettare la sua nipotina. Solo ora posso capire quanto male ti faceva quando, nell’ultimo periodo, non ti riconosceva nemmeno più.

Ieri, al cimitero, siamo stati qualche minuto davanti alla sua tomba. Le hai parlato in silenzio, poi ti ho accompagnato da tuo nonno, sepolto qualche metro più in là. Non ho fatto in tempo a conoscerlo, ma dalla foto sulla lapide sembrava un tipo simpatico. Io non vado mai al cimitero, e nel non vederli insieme, vicini, ho provato una profonda tristezza. Mi hai spiegato che è normale, che se non acquisti uno spazio per una tomba di famiglia non puoi pretendere che i tuoi parenti possano essere sepolti uno accanto all’altro. Ricordo di aver pensato che una coppia, che è stata insieme per così tanti anni, forse, vorrebbe restarlo poi per l’eternità. Forse è veramente così, o forse ci piace solo pensarlo. Perché il cimitero è per i vivi, per chi resta, non per chi se n’è andato; loro, probabilmente, hanno altro a cui pensare.

Poi abbiamo girovagato tra le tombe, tra altri tuoi parenti e conoscenti. Abbiamo ricostruito la storia degli ultimi decenni del tuo paese, come scorrere un album di un’unica grande famiglia, narrato tra un “questo è il nipote di quell’altro” e “questo aveva il negozio di generi alimentari dove ora c’è la gelateria”.

Ricordo il mio sentirmi spaesato, in quel contesto. Estraneo a quello scenario fatto di continuità e ricordi, in questo come in qualsiasi altro album di famiglia. Non ho mai voluto pensare troppo al passato, non perché il mio sia particolarmente doloroso, ma perché concentrato su presente e futuro. E per non rimpiangere le cose che non avevo avuto ed essere pronto ad accettare nuove sfide. Ma ieri ho capito una cosa: il passato non potrà certo dirti chi sei, ma ti ricorda quali sono le tue origini, le tue radici, ed è un buon punto di partenza. Io vedo le tue, così profonde e radicate, e capisco perché sei così attaccata alla terra. Cerco le mie, e faccio fatica a scorgerle. Per scelte non mie, più volte ho dovuto cambiare casa, luoghi e amici. Ricominciare ogni volta da capo era diventato normale. Ho sempre pensato di poter vivere in ogni luogo. La malinconia di lasciare qualcosa o qualcuno veniva sempre vinta dalla curiosità per il nuovo che mi si presentava davanti.

Ho sempre scelto di ricominciare da capo. Ma ora ricomincerei sempre da te, scegliendoti ogni giorno.

Klimt - Il bacioTi guardo ancora, nel letto, mentre cerchi una posizione più comoda. Ti fisso, lascio che il tempo passi senza rendermene conto. In questo momento sono così fragile che potresti distruggermi, farmi in mille pezzi se solo lo volessi. Forse l’amore è proprio questo: il sapere di potersi abbandonare, mettere le proprie debolezze nelle mani di un’altra persona sperando che non se ne approfitterà mai. Ti osservo mentre lentamente ti calmi. I tuoi respiri si fanno più regolari e profondi. Continuo ad osservarti finché ti riaddormenti, perché in fin dei conti è domenica e chi se frega se la mattinata se ne andrà così. Ti annuso, cercando la sicurezza del tuo odore, che saprei riconoscere ovunque. E ora, solo ora che sei inoffensiva mi lascio andare anch’io. Perché dei due sono l’uomo e ci tengo al mio ruolo, vero o presunto. Perché anche la paura fa parte dell’amore, in barba ai luoghi comuni. La paura di perderti, o di non essere all’altezza. La paura di non riuscire a leccare via tutto il sangue dalle tue ferite. E senza che riesca a controllarlo, anche i miei occhi si gonfiano di pianto. Ti annuso ancora, e sai di buono, sai di casa. E finalmente ne comprendo il mio significato personale: per me casa saranno tutti i luoghi del mondo in cui potrò riconoscere il tuo odore.

A tutti i costi

Il racconto che segue vorrebbe denunciare, in maniera leggera e grottesca, lo stato dell’Editoria in Italia e la difficoltà di pubblicare per chi, come me e come molti altri, ha deciso di armarsi di penna e spada per dare voce ai propri sogni.
Il protagonista, a cui ho prestato il mio vero nome, è un personaggio di fantasia,
con cui condivido però alcuni aspetti caratteriali e somatici.

Venezia, 12 Agosto 2014

“Perché l’ha fatto, Signor Baldoni?”
Guardo divertito il commissario. Sulla targhetta, tra scartoffie e computer, leggo Commissario Giuseppe Esposito. L’accento, più ancora che il cognome, lo inganna. È indubbiamente meridionale, probabilmente dalle parti di Napoli. Simpatici, i napoletani. Il mio nuovo amico Giuseppe ha un’aria stanca e annoiata. E lo credo: è quasi mezzogiorno, fa caldo e preferirebbe starsene in qualche spiaggia assolata. Leggo antipatia nel suo sguardo, probabilmente ha già letto il verbale che mi riguarda e chissà quali altre informazioni sul mio conto. Mi è simpatico, questo baffuto e paffuto commissario, e un po’ mi spiace che si faccia di me un’idea sbagliata. Quando gli avrò spiegato tutto mi darà ragione, capirà che non potevo fare altrimenti.
Io, seduto nella mia sedia, sono tranquillo e rilassato. Certo, ho un po’ di sonno, ho dormito solo poche ore e l’ultima notte è stata molto faticosa. Il letto della cella non era poi così scomodo, ma quando mi hanno arrestato, stanotte, erano ormai le quattro del mattino. Da due ore mi fanno girare da un ufficio all’altro, sempre in piedi e con le manette che, vi assicuro, sono tutt’altro che comode. Io poi ho sempre odiato i braccialetti. Per fortuna il mio nuovo amico Giuseppe me le ha fatte togliere appena mi ha visto. Forse ha capito che non sono poi così pericoloso.
Fatico ancora a credere di aver trovato il coraggio di fare quello che avevo preparato ormai da tempo. Ora mi sento stanco ma, finalmente, appagato. Vorrei lasciarmi andare nella sedia. Le braccia mi fanno male, i polsi mi pulsano. Penso con soddisfazione alla mia opera, che finalmente riceverà l’attenzione che merita. Ed è un pensiero dolce, che mi accarezza l’anima e mi dà delle piccole, quasi impercettibili scosse alla testa. La voce del commissario interrompe il torpore in cui stavo per precipitare.
“Allora, Signor Baldoni, ci vuole spiegare perché ha fatto quello che ha fatto?”
Certo, che stupido. Giuseppe ha bisogno di una spiegazione e io gli sto facendo perdere tempo. Glielo devo a questo paffuto napoletano, emigrato qui al Nord per chissà quali ragioni. E lo devo anche alla mia città. Lo devo alla mia Venezia, che amo così tanto, ma che mi ha visto costretto a deturparne uno dei simboli che l’hanno resa famosa nel mondo. Ho dovuto farlo, pur sapendo di attirarmi l’antipatia di molti miei concittadini. D’altra parte, si sa, si riesce a fare serialmente del male solo a chi si ama. Ma, in questo caso, si tratterà di una ferita superficiale, che si rimarginerà presto.
Finalmente, dopo le ultime ore dove mi ero chiuso in un mutismo assoluto, anche per creare un alone di mistero sul mio gesto, decido di aprire la bocca e soddisfare il mio interlocutore.
“Caro commissario, le dirò tutto, ma a una condizione”.
Mi stupisco di come il mio tono risulti deciso e la voce ferma. Il caro Giuseppe Esposito tradisce un certo stupore; quando risponde, lo fa con una punta di disappunto ma anche, mi sembra di scorgere, di divertimento.
“Non mi sembra che lei sia nella posizione di dettare condizioni, comunque sentiamo cos’ha da dire”.
Mi metto composto nella sedia. È strano per uno che ha le mie aspirazioni, ma parlare di me mi ha sempre messo in imbarazzo. Ci provo.

 

Mi chiamo Stefano Baldoni, sono nato a Venezia il 12 Agosto di 39 anni fa. Non è un caso che sia qui a raccontarvi di me, oggi, proprio nel giorno del mio compleanno. Nulla accade per caso.
Nasco senza una capello e venti giorni dopo la data stabilita dai dottori. Questi due fatti hanno indelebilmente segnato la mia vita: i capelli li ho persi quasi tutti prima di compiere vent’anni e sono un ritardatario cronico. Per ripicca e per evitare l’effetto palla da bowling mi sono fatto crescere la barba, in modo da ristabilire l’equilibrio. Per quanto riguarda il ritardo, invece, ho una vera e propria patologia: se ho il sospetto di essere in orario, mi trovo qualcos’altro da fare in modo da arrivare tardi.
Non sono mai stato bello ma, per fortuna, nemmeno timido: la prima morosa l’ho avuta all’asilo. Alle elementari e medie poi, la mia intraprendenza ha fatto, per l’appunto, scuola; vuoi perché Venezia ispira poesia nei suoi abitanti, vuoi perché avevo capito che per ottenere le cose è necessario sudarsele. Peccato che a una certa riconosciuta bravura nell’approccio, non si sia mai accompagnata altrettanta capacità di instaurare rapporti duraturi. Ecco perché, a 39 anni, sono ancora single per scelta. Scelta di altri, si intende. Molte storie, tante relazioni, molto fumo e poca sostanza.
Ma torniamo all’adolescenza, tempo di ormoni con i denti. Per mantenere vivo il mio istinto di cacciatore, mi iscrivo a un istituto tecnico a Mestre prima e a Ingegneria delle Telecomunicazioni poi. Il percorso tecnico, si sa, è quasi privo di anime femminili, e avrei corso il rischio di sentirmi appagato in ambienti pieni di rappresentanti del gentil sesso come licei e atenei umanistici. Nonostante spiccate doti nelle arti del gozzoviglio e del cazzeggio, riesco a diplomarmi e laurearmi. Non perché sia particolarmente intelligente, ma perché testardo e tenace. E poi odio interrompere le cose a metà.
Nel frattempo, quando ho ancora 15 anni, sono costretto a trasferirmi a Mestre per scelte familiari, abbandonando così l’aura protettiva e compassata di Venezia, a cui però il cuore rimane legato.
Del mio lavoro non vorrei parlare molto, passo dalle otto alle dieci ore al giorno in uno stabilimento in cui si producono oggetti che devono essere poi venduti, nell’ottica di produrne sempre di più. Fino al completo esaurimento delle risorse, mi viene da aggiungere. Ma questa è un’altra storia. Maledette digressioni.

 

Ora devo ritornare sulla Terra. Il buon commissario sta aspettando la mia mossa. Volente o nolente sono riuscito a stimolare la sua curiosità, glielo leggo negli occhi. Respiro a fondo due volte e parlo.
“Lei registrerà quanto le dirò e la registrazione dovrà essere integralmente riportata domani su tutti i giornali locali”.
Non che avessi dubbi sul fatto che il mio gesto avrebbe avuto una qualche risonanza mediatica, anzi. L’avevo fatto apposta. Ma volevo essere io a decidere il messaggio.
Senza dare modo al commissario di rispondere, forse incredulo, forse dubbioso della mia totale sanità mentale, comincio a raccontare la mia storia.

 

Da Il gazzettino del 13 Agosto 2014

Palazzo DucaleL’impalcatura che, per i lavori di ristrutturazione in corso, copre da circa quindici mesi Palazzo Ducale, uno dei simboli di Venezia nel mondo, la scorsa notte è stata oggetto di una bizzarra aggressione. Da oggi, e chissà per quanto, veneziani e turisti potranno “ammirare” un enorme disegno che ne copre quasi un quarto dell’intera superficie, in bella vista da Piazza San Marco. Autore dello strano gesto è Stefano Baldoni, un veneziano di 39 anni, ora residente a Mestre, ingegnere stimato e, fino a ieri, cittadino modello.

Il motivo è spiegato dallo stesso autore in una testimonianza registrata e riportata, come da sua esplicita richiesta, in esclusiva nel nostro giornale. C’è da dire che l’atto vandalico non lascerà segni indelebili al celebre monumento: basterà infatti attendere il termine dei lavori e la rimozione dell’impalcatura, anche se c’è da interrogarsi sull’attendibilità della data, già posticipata due volte.
L’autore voleva certamente attirare l’attenzione su di sé: al termine dell’opera è stato lui stesso a contattare le forze dell’ordine e, al loro arrivo, era già circondato da un nutrito numero di persone. Alcuni divertiti, di certo turisti reduci da una nottata a bacari, altri inviperiti, di certo veneziani non contenti della scelta del celebre monumento come “vetrina”. Viene anche da interrogarsi sulla sanità mentale di Baldoni, che all’interrogatorio in Questura è però sembrato perfettamente lucido e in pieno possesso delle proprie facoltà mentali.
Riportiamo di seguito la registrazione così come ci è pervenuta per dovere di cronaca e senza esprimere giudizi sui contenuti, limitandoci a porre un quesito finale. Preferiamo lasciare ai nostri lettori giudicare quanto segue.

 

“Chiedo scusa a tutti i veneziani e a quanti amano Palazzo Ducale in particolare. Il disegno che da oggi vedrete sull’impalcatura che lo copre, rappresenta la copertina del mio romanzo, un thriller dal  titolo “La gabbia invisibile”. Rappresenta, stilizzata e digitalizzata, la testa di un uomo che urla dentro una gabbia.
Copertina La gabbia invisibileSpero che inquieti quanti la vedranno, perché era quello il mio scopo. Entrare nel cantiere è stato facile, ma mi ci sono volute quasi venti bombolette di vernice e quattro ore di lavoro per riprodurre la copertina sulla tela dell’impalcatura.
Perché l’ho fatto, vi chiederete.
Il motivo è molto semplice: è l’unico modo per riuscire a pubblicare. Il mio romanzo, un thriller, è stato sottoposto alla valutazione delle principali Case Editrici italiane e, pur ricevendo complimenti per contenuti, stile e forma, è sempre stato rifiutato. Sulle prime non riuscivo a capacitarmene, poi ho cominciato a raccogliere un po’ di informazioni.
La verità è che in Italia si legge poco e, viceversa, si scrive molto. Ogni anno vengono pubblicati circa 60000 libri. In altre parole, oltre 160 libri al giorno, e stiamo parlando solo di nuove pubblicazioni e ristampe. Troppi, per un’industria che dal punto di vista delle vendite non decolla. Infatti solo una percentuale esigua arriva in libreria, e una percentuale ancora inferiore ha tirature che superano il migliaio di copie. Considerato il basso livello di alcune pubblicazioni, la cosa potrebbe anche essere positiva, se servisse ad alzare il livello dell’offerta. Purtroppo non è così. Le Case Editrici, coloro che di fatto stampano e pubblicano i libri, sono prima di tutto delle aziende e in quanto tali devono ottenere un utile. Un libro è, al di là di tutte le speculazioni e stereotipi, un oggetto che deve obbedire a precise regole di mercato. È un dato di fatto, ad esempio, che gialli e thriller vendano più di saggi e poesia. Da qualche anno poi, molti comici, calciatori, presentatori o personaggi comunque non famosi in ambito letterario hanno pubblicato libri di successo, saltando di fatto la gavetta a cui tutti gli altri sono invece costretti agli inizi. Sembra infatti che il solo nome famoso basti alle grandi Case Editrici per elargire generosi contratti di pubblicazione, abbandonando quindi quella che dovrebbe essere, almeno nell’immaginario collettivo, la loro prima missione: diffondere la cultura. Ciò passa in secondo piano a favore del facile profitto derivante dalle vendite del libercolo scritto dal vincitore del reality di turno o dal calciatore del momento. L’editoria e le librerie di qualità esistono, ma faticano a rimanere a galla.
Non potendo combattere il sistema con l’unica arma in mio possesso, la penna, ho deciso di adeguarmi anch’io: diventerò famoso! Il mio gesto mi darà visibilità; mi renderà, anche se per poco, celebre. Come personaggio famoso nessuna Casa Editrice rifiuterà il mio romanzo. Arriverò alla pubblicazione e avrò, finalmente, successo.
Scrivere per me è ormai una droga e pubblicare un’ossessione; il mio mestiere di ingegnere mi sembra, ora, inutile e alieno. Io sono nato per scrivere libri. Pubblicherò con una grande Casa Editrice. A tutti i costi”.

 

Ecco quindi il motivo di tanto trambusto.
Viene spontaneo chiedersi se il vero motivo per cui il romanzo in esame non abbia già trovato la soddisfazione della pubblicazione, non sia in realtà un altro, molto più semplice: e se la qualità dello scritto non fosse tale da meritare l’attenzione di una grande Casa Editrice?
Se così fosse, allora, l’autore dovrebbe pensare a qualcosa di più eclatante per ottenere visibilità. Magari evitando, ci auguriamo, di recare danno ai monumenti della nostra amata, e già fin troppo vituperata, città.

 

Intervista nel blog bellezzegossip

Intervista a opera di Viola nel blog bellezzegossip

http://www.bellezzegossip.com/cultura/stefano-baldoni-presenta-il-romanzo-thriller-la-gabbia-invisibile

Stefano Baldoni Presenta il Romanzo Thriller “La Gabbia Invisibile”

Articolo originale Bellezzegossip.com

 "La Gabbia Invisibile"

Una copertina inquietante, almeno quanto il titolo: “La Gabbia Invisibile”Stefano Baldoni, attraverso un’intervista esclusiva al nostro portale, ci presenta il suo thriller, pubblicato da Greco&Greco Editori, che promette di appassionarvi e farvi tremare un po’…

Ciao Stefano, prima di parlarci del tuo libro ci racconti qualcosa di te?

Ciao Viola, prima di tutto grazie per l’opportunità. Mi chiamo Stefano Baldoni, ho 38 anni e vivo in un piccolo paese tra Venezia e Padova. Mi occupo di Marketing per una multinazionale che ha, caso più unico che raro, la sua sede principale proprio qui, in Italia. Oltre a scrivere e, chiaramente, leggere, i miei hobby sono il basso elettrico, il ballo, la musica, gli sport da combattimento e il calcio. Mi piace la confusione, stare in mezzo alla gente, osservarla, abbandonarmi al mondo. Ma ci sono anche momenti in cui cerco il silenzio e il buio assoluti.

Cosa rappresenta per te la scrittura e come è cominciata la tua avventura editoriale?

Tutto è cominciato la sera del 26 Dicembre 2006 nella pizzeria dove lavoravo nei fine settimana per arrotondare. Di getto, su un tovagliolo, scrivo a penna quello che poi è diventato il Prologo de La gabbia invisibile. Ricordo ancora l’emozione del ritorno a casa e la trascrizione su computer. Ero pieno di dubbi, ma da quella notte non mi sono più fermato. È una cosa che desideravo fare da troppo tempo. La scrittura per me è espressione, è uno dei miei modi di essere e di “arrivare” agli altri.

Parlaci del tuo libro…

La gabbia invisibile è un thriller corale, dove tutti i personaggi sono protagonisti e, al contempo, comparse. Ho voluto sviluppare una storia che legasse sogni, realtà virtuale, somministrazione di farmaci proibiti e un progetto fantapolitico di manipolazione mentale. Il romanzo tratta temi attuali, come l’alienazione che porta l’utilizzo smodato delle moderne tecnologie, sempre più potenti e, nelle mani sbagliate, pericolose; l’insoddisfazione per la propria vita, la fuga dalla realtà e la ricerca di un’altra identità, dove potremo essere finalmente chi vorremmo essere; il potere delle case farmaceutiche e il confine sempre più labile tra ricerca scientifica e interessi economici.

Cosa ti aspetti da questa pubblicazione, cosa vorresti lasciare ai lettori, con le tue parole?

Prima di tutto vorrei provare a divertirli con una storia avvincente. Quando leggo un thriller mi piace sorprendermi, venire sopraffatto dagli eventi, emozionarmi. Spero di essere riuscito a regalare le stesse cose. E poi vorrei far riflettere sulla nostra realtà, di come sia ormai omologata e modellizzata, e su come, nonostante tutto, possiamo ancora essere artefici delle nostre scelte.

La colonna sonora perfetta per il tuo libro sarebbe…?

Non ci crederai, ma una colonna sonora il romanzo nella prima stesura ce l’aveva davvero. Poi, di comune accordo con l’editore, abbiamo deciso di eliminarla. Si spaziava dal genere Ambient, con Brian Eno, Scorn, Sigur Ros, al Trip Hop, con Bjӧrk, Tricky, Massive Attack, Portishead, ascoltati per lo più durante la stesura, al Metal, con i Metallica, Korn, Faith No More e molti altri diversi generi, per il messaggio particolare che volevo trasmettere in quel determinato passaggio del romanzo.

Che tipo di lettore sei? Libro preferito?

Leggo molto, non potrei farne a meno. Il tempo non è mai molto, ma pur di leggere sono disposto a rinunciare ad alcune ore di sonno. Mi piace spaziare tra thriller, saggi, classici, fantascienza, Beat Generation e Transgressive Fiction. Se proprio devo citarne uno, scelgo 1984 di G. Orwell.

Dove si può acquistare il tuo libro?

Il romanzo è acquistabile, in formato cartaceo e in ebook, in tutte le principali librerie online, oltre che fisicamente presente in molte librerie delle province di Venezia, Padova, Treviso e Milano.

È inoltre disponibile su Amazon e sul sito della Casa Editrice.

Per maggiori informazioni sul romanzo visitate il sito dell’autore.

Intervista nel blog Le Pagine di Sharma

Intervista a opera di Sharma nel blog Le Pagine di Sharma

http://lepaginedisharma.it/la-gabbia-invisibile/

 

1.  Il suo romanzo è molto d’attualità: potere politico, indagini insabbiate, potere mediatico, amicizie tradite, assenza di valori, mancanza di rispetto per l’uomo e per la sua vita. Tutto questo materiale proviene da esperienza personale o è puro frutto della sua fantasia? Ci faccia stare tranquilli (anche se sappiamo che è tutto vero). Ci racconti un po’ da dove nasce l’idea?

L’idea è nata in seguito alla lettura di un libro, Il meraviglioso mondo del sonno di Peretz Lavie, consigliatomi dalla mia compagna, psicologa e psicoterapeuta, circa sette anni fa. In questo testo, il sonno e i sogni vengono analizzati da un punto di vista fisiologico: perché serve dormire, quali sono le aree del cervello interessate, i sogni come esperienza cognitiva e come la realtà può influenzarli. Ho pensato che i sogni potessero diventare l’elemento centrale e portante di un esperimento di realtà virtuale, altro argomento che mi ha sempre affascinato. L’idea della manipolazione mentale è venuta quasi da sé, data l’attualità del tema. Lo scopo era far riflettere su quanto la realtà sia ormai fin troppo “modellizzata” e di come la ricerca del potere e del profitto siano ormai più importanti della dignità umana. La stesura del romanzo ha richiesto complessivamente quasi tre anni, un periodo lungo in cui l’idea iniziale si è evoluta, sviluppata in modi che hanno stupito perfino me. Tutto è cominciato la sera del 26 Dicembre 2006, nella pizzeria dove lavoravo nei fine settimana per arrotondare: su un tovagliolo, di getto, scrivo il prologo. Poi, nelle ore successive, lo passo al computer. Così è iniziata un’avventura che spero non finisca mai.

2. I suoi studi (Laurea in Ingegneria delle Telecomunicazioni) sono stati fondamentali o ha avuto l’appoggio e la consulenza di esperti nel settore?

Diciamo che il forma mentis scolastico mi ha aiutato non poco per quanto riguarda le parti più tecniche relative alla Simulazione.La passione per i codici e la crittografia viene sempre dal mio percorso formativo, anche se ho avuto modo di affinarla solo negli ultimi anni, grazie alla lettura di alcuni libri illuminanti. Non tutti sanno che, ad esempio, la sicurezza delle transazioni economiche in Internet è legata alla crittografia: il numero della nostra carta di credito non viaggia in chiaro in rete, ma viene codificato, cioè reso irriconoscibile per chi non è in possesso della chiave per risalire al numero di partenza. È un mondo affascinante, e non solo per chi ama la matematica e i numeri. Per quanto riguarda termini medici, come definizioni di neuropsicologia, patologie mentali e principi attivi di farmaci, ho avuto la fortuna di avere una fonte autorevole in casa…

3.  Se la devo dire tutta, la parte che più mi ha lasciata di stucco (ma piacevolmente, narrativamente parlando) è stato il colpo di scena del tradimento di un’amicizia decennale fra due protagonisti, tutto e solo per il vile denaro. Non te lo aspetti proprio, o meglio vorresti che non accadesse mai. È stato narrato per esperienza vissuta o esigenze di trama?

Penso sia capitato a tutti di rimanere delusi da alcune amicizie che non si sono rivelate poi come tali. Anche a me, naturalmente, è successo. Ma un vero e proprio tradimento come descritto nel romanzo, per fortuna, no. E non lo auguro a nessuno. Diciamo che la scelta è stata dettata dalla trama: avevo bisogno di un colpo di scena in quel punto del romanzo e il tradimento calzava a pennello. Il movente è tanto banale quanto indisponente per la sua subdola mediocrità: il denaro non è mai il fine, ma il mezzo, spesso il più semplice, per ottenere ciò che si vuole senza fatica.

4. Le rivolgo le domande che ho posto nella mia recensione: Vero non vero, siamo pilotati, dal cibo, dalle cose? se sì, da chi? e per quale scopo? Siamo manipolati o manipolabili? Lei ci crede realmente?

Scrivere ti fa anche riflettere, elaborare pensieri che altrimenti fluttuerebbero nella testa senza soluzione di continuità. E poi in un romanzo si può prendere un concetto che ha un fondo di verità ed estremizzarlo, spettacolarizzarlo, renderlo ridicolo o grottesco. Credo che alla base ci sia del vero: l’ambiente ci condiziona, come potrebbe essere altrimenti? Pubblicità, luoghi comuni, modelli comportamentali, moralità, perbenismo, dogmi, consuetudini sociali. Mano a mano che il romanzo prendeva vita, mi chiedevo con sempre maggior inquietudine se siamo o meno padroni delle nostre scelte. Non ho trovato una risposta, ma ho fatto una considerazione: scegliere significa prendere, tra due o più possibilità, quella che più ci soddisfa in seguito a una valutazione fatta sulle informazioni in nostro possesso su quel determinato argomento. Se le informazioni sono pilotate o sbagliate, come può la nostra scelta essere libera e consapevole? Internet e i media, come in un gigantesco calderone globale, mettono tutto a disposizione. La mole delle informazioni è enorme e in continua crescita, per non naufragare in questo mare servono tempo e, soprattutto, curiosità, per non accontentarsi della prima risposta, la più semplice e, spesso, fuorviante.

5. Sono rimasta molto colpita dal suo estro e dal suo stile, le auguro molta fortuna, ma mi dedichi un ultimo minuto, cosa vuole far sapere al suo pubblico, mi dica quella domanda che mai nessuno le ha rivolto a cui lei vuole tanto rispondere…

Tutte le persone con cui sono venuto a contatto in merito al libro, amici, colleghi, conoscenti e sconosciuti, si sono dimostrati molto interessati e sorpresi delle modalità di pubblicazione di un libro. I non addetti ai lavori sono spesso convinti che basti saper scrivere per avere successo, come se pubblicazione e visibilità nelle librerie venissero in automatico. Non è certo così! Il numero di scrittori professionisti in Italia si conta sulle dita delle mie e sue mani; questo a fronte di oltre 60000 nuove pubblicazioni ogni anno. Considerando che circa 3 case editrici su 4 chiedono un contributo all’autore per pubblicare, la vera domanda che vorrei che mi fosse rivolta è: “Cosa sei disposto a fare pur di pubblicare?” Al che risponderei con fermezza: “Tutto, ad esclusione di ciò che rovinerebbe il mio stesso lavoro”. E pagare per pubblicare è il miglior modo per buttare alle ortiche la propria opera. A quelli non ancora convinti, risponderei con una domanda: “Pagheresti mai per lavorare?”

Recensione de La gabbia invisibile nel blog Libro-Mania

Ringrazio Nicoletta per la bella recensione, che riporto di seguito, de La gabbia invisibile nel blog Libro-Mania.

http://www.libro-mania.com/la-gabbia-invisibile/

La gabbia invisibile

Autore: Stefano Baldoni
Categorie: Letteratura d’Avventura, Letteratura Gialla, Letteratura Sci-Fi, Libri di Esordienti
Recensione scritta da: Nicoletta Stecconi

Valutazione libro: (Media: 9.0/10 – Voti: 4)

Gabbia invisibile BaldoniSette individui, sei uomini e una donna accettano di partecipare alla fase sperimentale di un nuovo gioco di ruolo virtuale, un gioco all’avanguardia che segna il passaggio a una nuova era tecnologica nel campo dei videogiochi . Due di loro, Alessandro e Adriano sono direttamente impiegati anche nella parte informatica, essendo programmatori della società che se ne occupa, la Star&Shine Software. L’amministratore delegato Emanuele Ghilardi e lo psichiatra Dottor Anselmi guidano l’esperimento con direttive precise e controlli medici a livello psico-fisico. Nel romanzo d’esordio di Stefano Baldoni ‘La gabbia invisibile’, però, nulla è come sembra. Il racconto si apre con il suicidio di uno dei giocatori, Fabio Boschetti, e l’entrata in gioco dell’investigatore Fegiz che, insieme alla vedova di Fabio, si troverà nella necessità di indagare, al di fuori di ogni via ufficiale, sull’intricata rete di connessioni tra gli eventi che si susseguono ad un ritmo incalzante e la società Star&Shine Software, dietro la quale si nascondono alti poteri occulti. Veramente interessante l’idea portante del romanzo, dove gli intrighi e la trama complottistica rappresentano una profonda metafora della condizione politica e sociale del mondo contemporaneo, nel quale le parole dell’autore ben rappresentano lo stato di torpore in cui risulta ormai incastrata un’umanità sempre più vittima di se stessa, e dove l’unica salvezza è rappresentata dalla Fuga da se stessi: … Le oppressioni sono tante, troppe, viviamo in un mondo dove è qualcuno a decidere per tutti. L’ignoranza è la culla in cui dormire, riposare, dimenticare. Quando le domande diventano troppe e senza risposata è meglio girarsi dall’altra parte, fare finta che non ci sia alcuna domanda … … La nostra società si divide in greggi e pastori. Il gregge è la massa, il popolo. Il pastore deve essere abile a dirigere il gregge secondo leggi rigorose, ma non deve mai dimenticare di fare delle piccole concessioni … Molto bravo l’autore nella trasposizione dei personaggi che si alternano nel racconto ad un ritmo veloce e accattivante, svelando man mano gli aspetti più reconditi delle proprie personalità. Un romanzo che si legge d’un fiato, ricco di spunti  filosofici e gerghi informatici, scritto bene e dispensatore di rivelazioni che fanno riflettere. Peccato per il finale che, a mio avviso, si stacca dal resto della trama avvicinandosi al thriller, con accadimenti un po’ troppo rocamboleschi. Avrei preferito che si lasciasse più spazio all’interpretazione del lettore, magari giocando di più sulla possibilità che veramente tutto ciò che è simulazione possa rappresentare veramente la realtà o viceversa, in modo che la domanda posta sulla copertina (Credi davvero di essere libero?) rimanga per sempre un dubbio. E anche voi, affezionati lettori di Libro-mania, credete davvero di essere liberi?

La gabbia invisibile, 9.0 out of 10 based on 4 ratings

Recensione de La gabbia invisibile nel blog La Contorsionista di Parole Book Blog

Un’altra bella recensione de La gabbia invisibile ad opera di Veronica nel blog La Contorsionista di Parole Book Blog

http://francescast84.blogspot.it/2013/07/la-gabbia-invisibile-recensione.html

Riporto di seguito il testo:

21 luglio 2013

La gabbia invisibile di Stefano Baldoni [recensione]
LA GABBIA INVISIBILE
di
Stefano Baldoni
Editore: Greco&Greco
Pagine: 314
ISBN: 9788879806978
Prezzo: € 12,50
Il commissario Fabrizio Fegiz esamina una scena del delitto che vede il ritrovamento del corpo di Fabio Boschetti, con la gola tagliata e un biglietto d’addio a testimoniare la sua volontà d’essersi suicidato.
Questa versione non convince, ma il commissario è costretto ad archiviare ufficialmente il caso e a convocare la moglie, Elena Paci, per renderla al corrente di sviluppi e conclusioni.
Fabio partecipava da qualche tempo al gruppo di simulazione di una realtà virtuale all’avanguardia, in grado di rivoluzionare il panorama dei videogiochi. Al progetto, gestito dalla compagnia Star&Shine Software, prende parte un gruppo di dieci elementi, coinvolti in tre tappe del gioco di ruolo. La simulazione prevede, inoltre, l’assunzione di farmaci e un’attività di controllo della mente, più precisamente dei sogni. Da attività solitaria, l’esperimento ha l’obiettivo di inserire contemporaneamente le identità fittizie dei giocatori in una unica.
I punti interrogativi si fanno strada e tutto non è come sembra, a partire dagli organizzatori dello stesso esperimento di realtà virtuale, manovrati da persone molto più in alto di loro e disposte a tutto pur di portare a compimento il lavoro.
A indagare sulla vicenda sono la stessa moglie di Fabio, la psicologa Elena, e ill commissario Fegiz: insieme scoprono la vita parallela di Fabio, condizionata da fobie inquietanti, delle quali Elena non si era mai accorta.
Originale l’idea di fondo del romanzo d’esordio di Stefano Baldoni: l’autore immagina un gruppo di dieci persone, vere e proprie “cavie”, le quali devono testare una realtà virtuale futuristica, che nasconde un segreto terribile. Le loro vite sono costantemente in pericolo, ma loro non lo sanno: credono di partecipare a un progetto come un altro, che ha dalla sua caratteristiche innovative degne di considerazione.
Affascinante l’idea di manipolazione dei sogni: portare i “giocatori” a sognare solo quello che i progettisti vogliono, al fine di controllare la loro esistenza in quella che sarà la vita reale.
Non siamo di fronte a un semplice thriller, ma a un romanzo che affronta in maniera puntuale, ma mai troppo articolata, tutta una serie di temi: dall’uso delle nuove tecnologie nella sperimentazione di una realtà virtuale, al controllo delle menti e dei sogni, fino alle ragioni che possono spingere a sacrificare l’altro per ottenere sempre più potere.
Il livello di suspence è palpabile, sempre di più quando si entra nel vivo della narrazione: l’incipit è già invitante e accompagna il lettore dentro una trama che non è rivolta solo agli appassionati di videogiochi (anche perché mi avrebbe persa in partenza).
Peccato per la scarsa caratterizzazione di alcuni personaggi, che impedisce di entrare in piena sintonia con loro. Nel complesso, un romanzo coinvolgente, scritto in maniera semplice e lineare. Consigliato!
Veronica

Recensione de La gabbia invisibile nel blog Le pagine di Sharma e QLibri

Una nuova, bella recensione de La gabbia invisibile ad opera di Sharma, presente nel blog della stessa autrice Le Pagine di Sharma e nel portale QLibri

http://lepaginedisharma.it/la-gabbia-invisibile/

http://www.qlibri.it/narrativa-italiana/gialli,-thriller,-horror/la-gabbia-invisibile/

Riporto di seguito il testo:

La gabbia invisibile

Scritto il da 

La trama della Gabbia invisibile apparentemente sembra complicata per le tante voci che lo compongono, in realtà risulta immediata e facile nell’entrarci.

Siamo in Italia , oggi, circa dieci persone partecipano ad un progetto scientifico virtuale che dovrebbe dare vita ad un nuovo modo di concepire e vivere i videogiochi , il gioco dei ruoli.  Mediante simulazioni prima guidate e poi solitarie in casa propria, sono vari livelli di preparazione e addestramento. Le persone vengono sottoposte  anche somministrazione farmacologica non autorizzata affinché si possa arrivare oltre, non scegliersi solo una nuova identità virtuale ma poter confluire tutti nella medesima realtà, contemporaneamente. Un progetto ambizioso portato avanti da una grossa società di software, la Star&Shine.

Ma le cose non stanno affatto così, questa società è manovrata molto in alto da un potere politico e governativo, le motivazioni non sono quelle di creare un nuovo videogioco ma quello si far soggiacere alla volontà di un singolo, di un potente più persone possibili, renderli seguaci sostenitori contro la loro volontà mentale, formare degli automi ma che pensino di se stessi di essere liberi. Ma le simulazioni e le somministrazioni di farmaci cominciano a dare dei problemi, un primo uomo si suicida (o viene ucciso?) senza motivazione apparente, un secondo uomo verrà colto da infarto. Cosa sta accadendo realmente che la Star&Shine non aveva previsto? Cosa gli sta sfuggendo di mano? Perché tra le cavie, perché di fatto sono queste, è stato introdotto sotto falsa identità un killer? Perché immettere un virus nel programma all’insaputa degli stessi programmatori? A chi risponde questo killer? Perché le persone in maniera diversa continuano a sentirsi male con disturbi della percezione della realtà? Su tutte queste domande iniziano ad indagare il commissario Fegis ed Elena, la moglie del presunto uomo suicida, per loro, da subito, è parso chiaro che le carte sul tavolo non c’erano tutte, qualcuno stava barando! Si viaggia in maniera onirica tra realtà e realtà virtuale. Chi dei due avrà la meglio?

Consigliato per un profondo ed interessantissimo messaggio che aiuta a riflettere. Vero non vero, siamo pilotati, dal cibo, dalle cose?  se sì, da chi? e per quale scopo? Per quello che ci racconta l’autore rispondere potrebbe alienarci!

Romanzo ben fatto con ottimi colpi di scena, ci lega fino alla fine.Se si deve per forza trovare una pecca lo considero un po’ troppo articolato, fa perdere la concentrazione nel fluire della narrazione, ma è una piccola sciocchezza considerato che è una bella opera prima! Promosso a pieni voti!

“E cosa deve fare il buon pastore per riuscire a mantenere il controllo? Allargare i confini del pascolo, creare fonti di sfogo alternative, manipolare le informazioni, distogliere l’attenzione dalle cose più importanti e dirottarle su cose di poco conto. In altre parole, agire come un prestigiatore: far vedere cose che in realtà non ci sono e non mostrare la realtà delle cose.”

 

Recensione de La gabbia invisibile nel blog Writer’s Dream

Nuova recensione de La gabbia invisibile, ad opera di Matthew Swift nel blog Writer’s Dream.

http://www.writersdream.org/forum/topic/17269-la-gabbia-invisibile-stefano-baldoni/

Riporto di seguito il testo.

baldoni__gabbia.jpg

Titolo: La gabbia invisibile

Autore: Stefano Baldoni

Editore: Greco&Greco

ISBN: 978-88-7980-697-8

Formato: cartaceo

Prezzo: 12,50€

Numero pagine: 312

 

 

Disclaimer #1 – Questa non è assolutamente una recensione. Io sono negato a scriverne, ho come un meccanismo intrinseco al mio essere che me lo impedisce. Più che come una recensione, vedete questo thread come un insieme per nulla omogeneo di impressioni.

Disclaimer #2 – Sapete quelle persone in grado di recensire di tutto senza mai dire una parola di troppo sulla trama, sui colpi di scena e sul finale? Ecco, dimenticatevele. Io non riesco a parlare di un’opera senza infilare spoiler dopo spoiler (ovvero rivelazioni, per quelli che non masticano l’inglese). Perciò siete avvertiti, ci saranno spoiler a iosa, a partire da subito. D’altronde questa non è una recensione, quindi perché seguire le regole delle recensioni, giusto?

Trama
La gabbia invisibile ruota attorno alla Star&Shine Software, un’azienda italiana (la migliore del paese, a quanto si evince dal libro) produttrice di software videoludici. La Star&Shine Software è stata incaricata dal governo di sviluppare il Progetto, all’apparenza un sistema di gioco di ruolo virtuale, ma dietro al quale si cela il tentativo di influenzare i giocatori a comprare determinati beni. Il Progetto è in fase sperimentale e come “cavie” abbiamo dieci Giocatori (di sesso, occupazione ed età diverse) ai quali vengono somministrati farmaci con effetti collaterali da non prendere alla leggera. I Giocatori sono anche tenuti a collegarsi a degli elettrodi, la notte, e riportare su un quaderno alla mattina presto ciò che hanno sognato.
Uno di questi, Fabio, viene trovato morto all’inizio del romanzo. Per il commissario Fegiz si tratta di omicidio, ma non fa in tempo a rendersene conto che i suoi superiori gli fanno pressione affinché bolli il tutto come suicidio. A Fegiz ciò non va giù e a poco a poco fornisce indizi ad Elena, la vedova di Fabio, affinché scopra la verità.

Un altro Giocatore viene ritrovato morto a distanza di qualche mese e le cose precipitano quando Roberto, un ex militare che sotto l’identità di Walter lavorava al Progetto, smette di prendere ordini dal direttore della Star&Shine Software e rapisce Luca, anch’egli un Giocatore. Luca è l’unico dei dieci, infatti, a essere immune ai condizionamenti del gioco. Il perché è dovuto a un incidente avvenuto un paio d’anni addietro, cosa che Roberto non sa ma che farà di tutto per sapere.

Impressioni generali sul libro
La gabbia invisibile è un libro che si fa leggere. Lo collocherei appena sopra la media, ma non oltre.

Il narratore è esterno al racconto e onnisciente. Questo non sarebbe un male, se solo venisse tenuto un po’ sottocontrollo. Non ho nulla col descrivere le impressioni di più personaggi alla volta quando si trovano nello stesso luogo (anche se il salto da una mente all’altra può dare il mal di testa), ma ho trovato fastidioso lo stare accanto a un personaggio nel punto X e poi, appena formato un numero di telefono, venire catapultato accanto a un altro personaggio nel punto Y e tornare subito dopo al personaggio iniziale. Oltretutto, il narratore onnisciente ha tolto un bel po’ di suspense, dato che il lettore sa quasi tutto di tutti, entrando e uscendo dalle loro teste senza problemi.

Onestamente non sono riuscito a connettermi con nessun personaggio, certi non approfonditi abbastanza, altri mostrati come costruiti attorno a una sola idea (la fissa di Adriano per l’ex; i dubbi di Luca sul futuro della relazione con Monica; ecc.). Sono però riuscito a odiarne alcuni.
Luca è uno dei personaggi più odiosi che abbia incontrato negli ultimi mesi. Quando verso il finale viene rapito e legato da Roberto, non fa che domandare “Che cosa?” “Perché?” “Che cosa?”. Fossi stato io l’assassino l’avrei ucciso da un bel po’.
Roberto è il solito orfano preso e trasformato dall’esercito in un super soldato assassino, ma che poi s’ammoscia quando deve uccidere un bambino che gli ricorda se stesso. Che poi, okay che nel governo ci sono persone sentimentali che a Roberto ci tengono, però non mi sembra tanto intelligente dargli soldi, donne, immobili e quant’altro dopo che è diventato inutile. Toglierlo di mezzo sarebbe stata la cosa più sensata da fare.
Elena che non sa quello che vuole. Fegiz cerca di farle capire cos’è accaduto a Fabio e lei gli domanda il perché. Va bene che sei sconvolta, ma non lo vuoi sapere il motivo per cui è stato ucciso tuo marito? Poi capisce di essere attratta dalla verità, ma non smette di lagnarsi.

II direttore della Star&Shine Software è una roccia davanti ai dipendenti e un agnellino quando si tratta di parlare col sottosegretario del ministro. Certo, capisco l’inginocchiarsi e il leccare i piedi per continuare a campare, ma non mi dire che rimani senza parole quando il sottosegretario ti dice qualcosa che tu già sai e dovresti aspettarti.

Quando ho letto inizialmente la quarta di copertina mi aspettavo una trama diversa. Qualcosa del tipo: varie persone attorno al mondo perdono la vita dopo aver giocato a un determinato gioco, un pinco pallino capisce la connessione e inizia a indagare tra cospirazioni e cose varie. Non è quello che ho trovato aprendo il libro; il che non è necessariamente un male, dico solo che avevo un’idea diversa in mente.

In quanto thriller onirico ciò che più desideravo era la componente da thriller. Ovvero, suspense, mistero e colpi di scena imprevedibili. La struttura narrante e il POV onnisciente hanno rovinato gran parte di ciò. Personalmente avrei optato per una narrazione incentrata prevalentemente su Fegiz ed Elena, alternando i loro punti di vista senza mai allontanarmi dalla cosiddetta telecamera sulla spalla. La Star&Shine Software l’avrei lasciata nell’ombra per qualche capitolo, per poi scoprirne un pezzo alla volta, un giocatore dopo l’altro, quelli che sono i capi, il passato del dottore, e così via. Da ciò deriverebbe anche un approccio diverso a quello che è il climax principale, con Roberto e Luca a confronto.

Infine, sulle trecentododici pagine direi che cinquanta si potevano facilmente levare senza nulla togliere alla narrazione.

Impressioni sulla confezione

Amo la copertina 8-bit, è questa che mi ha fatto avvicinare al libro all’inizio. Il formato poi è molto carino e le pagine sono bianchissime! (sì, lo so, considerazione inutile, ma, come dicono gli inglesi, I have a thing per le pagine bianche).

Ora, la mia impressione è che l’editing non sia stato eseguito in maniera approfondita. Ho trovato:
– periodi lunghi e stancanti;
– ripetizioni della stessa parola all’interno del medesimo paragrafo;

– un cambio di temporalità dal passato al presente (e in un caso al futuro prossimo anziché anteriore) che non si può spiegare nemmeno tirando in mezzo il passato storico.

Non ho apprezzato molto la trascrizione delle grida per mezzo della ripetizione delle vocali (ad esempio: “Aiuutooooooo!”

Curiosità: la scelta di scrivere le parti dell’antagonista utilizzando una font diversa (calibri?) è dell’autore o dell’editore? Si può sapere il motivo? Non mi ha dato fastidio, sono solo molto curioso del perché.

Non ho letto nessun altro libro edito da Greco&Greco, però se c’è stata una cosa snervante in La gabbia invisibile è la resa dei dialoghi.

“Dialogo!”.

Ecco, io non vedo il senso per quel punto esterno al dialogo dopo che la frase all’interno delle virgolette è stata già conclusa con un punto normale, di domanda o di esclamazione. Proprio non riesco a capirlo.

Conclusione
Come ho detto verso l’inizio, La gabbia invisibile è un libro che si fa leggere. Buono come opera prima, ma poteva essere migliore, per narrazione e personaggi.