Quanto fa infinito meno tre?

Giovedì 10/11/2016, ore 04:05

È dai tempi dell’Università che non cammino a Padova a quest’ora. Era piacevole: strade deserte, pochi pensieri e testa pesante, per via degli spritz prima e delle birre poi. Come vorrei essere ubriaco ora, avere la testa che pulsa, incapace di concentrarmi su altro che non sia la strada. Ma stanotte è diverso, e anche se il senso di ovatta nel cervello è lo stesso di allora, non lo è il senso di leggerezza, di svogliata noncuranza per tutto ciò che mi circonda.

Un unico pensiero fisso. Devo chiamare un sacco di persone, devo avvisarli che va tutto bene. E devo essere convincente. Mi sforzo di tenere un tono rassicurante, cerco di prevedere le domande, il tono carico di ansia di chi dall’altra parte si aspetta di essere rincuorato. Sì, posso farcela. Anche se non dormo da quasi ventiquattr’ore, e oggi abbia vissuto più emozioni che in tutto il resto della vita. Nonostante io stesso non sia profondamente convinto che il peggio sia passato, devo farcela. Per lei, per lui e per noi.

Percorro quasi correndo il tratto da Via Giustiniani, all’uscita del Policlinico Universitario, a Via San Massimo, dove avevo parcheggiato circa due ore prima. Salgo in macchina, prendo il telefono e ti chiamo. Rispondi dopo il primo squillo, chiaramente mi aspettavi.

“Paolo sta bene”.

Ti spiego, cercando di essere il più convincente possibile, ciò che mi hanno detto i dottori. Mi sento ripeterti almeno tre volte sta bene e sento la tua ansia sciogliersi. Ma in realtà ho paura, una paura fottuta. E rabbia: è così profondamente ingiusto che io sia qui, vicino a lui, e tu no. Ma finché parliamo riesco a controllarmi, la tua voce mi calma, anche ora che sei in ansia. Dici sempre che sono il tuo ansiolitico naturale; forse è vero, perché sono più razionale di te, ma solo ora mi rendo conto che anche tu, per il solo fatto di esserci, lo sei per me.

Ho fretta di chiudere la conversazione, non vorrei trapelassero i miei dubbi, che ora non posso permettermi. Devo andare a casa, in fretta, riposare per poi ripartire. Ci sono così tante cose da fare domani…

Con la scusa di chiamare i nostri rispettivi genitori riesco a mettere giù prima di cedere. Ingoio saliva amara, giro la chiave e accendo le luci, deciso a partire senza indugi. Sto per togliere il freno a mano quando arriva: una sensazione di freddo improvviso, dalla nuca alla sommità della testa. Un’immagine si staglia davanti senza alcuna possibilità di tregua: luci accecanti attorno al suo corpicino esile, in contrasto con il buio della notte. La prima immagine di Paolo, nostro figlio, non è quel quadro che ci eravamo raffigurati, quell’apoteosi di tenerezza di una nuova vita che nasce, ma un incubo fatto di angoscia e terrore. Elettrodi che partono dai piedini, dal torace, dai fianchi, cannule che escono dal naso e quel visino che sembra ignaro di tutto quel trambusto, innocente come il bianco della sua pelle.

Basta, non ce la faccio più. Reclino la testa all’indietro, stringo le mani sul volante e scoppio a piangere. Forte, senza alcun bisogno e voglia di controllarmi. Mi lascio andare, sentendo salire il calore sulle guance, assaporando i singhiozzi. Finalmente.

 

Sabato 12/11/2016, ore 12:10

Riesco a scattarti una foto. Rivederla ci farà piangere, domani come tra trent’anni. È forse questa la felicità? Se la intendiamo come la fine di una sofferenza, certo, lo è. Ma in realtà è solo sollievo. E questo che mi hai confidato, qualche giorno dopo, di aver provato.

Tu che stringi Paolo al petto, seduta in quella scomoda sedia nella nursery è una delle immagini più forti che ricorderò di quei giorni. Eri così fragile e provata, eppure è solo da allora, solo dal quel preciso momento, che tutto è come avrebbe dovuto essere dall’inizio. Il vostro primo abbraccio.

Ci sono cose che un uomo non può comprendere: le sensazioni e il trasporto di una mamma, ad esempio. Posso arrivare a intuire, ma non comprendere. Impossibile decifrare ciò che stai provando. Quindi decido di fare lo spettatore, di essere almeno utile, per farti quella foto che, come l’alcol per un alcolizzato, ti farà paura ma che continuerai a cercare. Mi perdo nel particolare della tua camicia da notte, di come ti veste sulle gambe, sui fianchi. Credimi se ti dico che ti vedo bella anche ora. Nonostante anch’io senta il bisogno di stringere nostro figlio, non voglio rubarvi quel momento, che è solo vostro. Lo capisco anche dal senso di abbandono che vedo in Paolo, quel lasciarsi andare nel tuo petto senza condizioni. È una cosa animale, istintiva. Vedendovi così, insieme finalmente, capisco che l’incubo è finito e finalmente potremo partire come famiglia. In questi ultimi tre giorni le nostre energie e speranze erano rivolte unicamente alla sua sopravvivenza, a dare un seguito a quel benvenuto così traumatico che il mondo gli aveva riservato, mentre ora potremo cominciare a programmare la nostra vita insieme. Non so come andrà, ho letto molti libri, ma mi rendo conto che nessuno potrà mai dirti cosa fare. Nessuno potrà mai dirti che genitore sarai. Io posso solo dire che mi farò guidare dall’amore. Per lui e per te.

Sono le ore 12:10 di Sabato 12 Novembre, e Paolo è tornato dal reparto di Patologia Neonatale di Padova. Ora è in Ostetricia a Piove di Sacco, ed è finalmente tra le braccia della sua mamma.

Mercoledì 09/11/2016, ore 23:15

Esco dalla sala travaglio. Fuori, in corridoio ci sono i tuoi genitori e tua sorella. Siamo ben oltre l’orario di visita, ma chi avrebbe mai potuto fermarli? Cerco di assumere la mia miglior faccia da culo e riesco a dire, con voce ferma, “devono farle un cesareo d’urgenza”. Tua mamma esce dal reparto piangendo, tuo papà rimane pietrificato, tua sorella fissa lo sguardo a terra. Credo l’avessero capito nell’istante stesso in cui mi hanno visto uscire. Io comincio a camminare avanti e indietro, a braccia conserte, sforzandomi di non incontrare mai il loro sguardo.

Qualche minuto prima ero dentro con te. Eravamo insieme, uniti in quello sforzo sovrumano, tributo da pagare per una nuova vita che arriva. Tu, pudica e discreta anche nel dolore, nello sforzo più grande che si possa immaginare e che solo una mamma può sopportare, e io, che cercavo di farti rimanere concentrata ma conscio della mia impotenza davanti a tanto. Dopo sette ore di travaglio, tre induzioni e passato l’effetto dell’epidurale non urlavi, solo ansimavi piano, il dolore ti aveva ormai vinta in un torpore vicino all’incoscienza. Ma c’eravamo vicini, eccome se c’eravamo. La dilatazione era massima, il suo battito regolare, Una mattina di Einaudi che andava a loop, la luce soffusa, l’ostetrica che ormai sentiva la sua testina affacciarsi al mondo. Il rumore del suo battito attraverso il monitoraggio mi dava tranquillità, era il metronomo che scandiva il tempo in quegli istanti unici. Avevamo ripassato insieme la respirazione durante le varie fasi del travaglio, sapevo qual era il mio compito e cercavo di farlo al meglio, unico modo per darti un po’ di supporto.

Quando nasce un figlio nasce anche un papà, è questa la grande differenza: tu sei diventata mamma nel giorno in cui abbiamo scoperto di aspettare un bambino. Ed è proprio così: il bambino lo si aspetta, ma tu lo avevi già cullato nella pancia per nove mesi e più. Quarantuno settimane e due giorni, per la precisione. Io stavo diventando padre solo ora, nel momento in cui vi vedevo lottare insieme per la vita.

In quegli ultimi istanti concitati mi sforzavo di pensare al momento in cui lo avremmo preso tra le braccia, al nostro primo sguardo insieme, alla nostra commozione, al nostro scoprirci genitori per la prima volta. Avevo provato a immaginare questo momento diverse volte, ma senza mai coglierne la vera essenza. Aspettavo, tra una carezza e una spinta, che Paolo arrivasse tra di noi.

Ma non ero pronto per questo, nessuno può esserlo. Il metronomo che rallenta, una voce stridula che rompe l’idillio e tutto il resto poi vissuto come al rallentatore. Il suo battito che rallenta, e rallenta ancora, la sala parto che si affolla di gente, tu che urli il suo nome con quel poco di fiato che ti è rimasto, io che esco come un automa dalla sala travaglio, senza che nessuno abbia bisogno di dirmi ciò che ormai era diventato ovvio.

Ci sono immagini che rimangono indelebili: per me saranno quelle di un’ostetrica che entra con le braccia insaponate fino alle spalle per prepararsi per l’operazione. Sono le 23:15 di Mercoledì 9 Novembre 2016.

Poi venti minuti di nulla. Non ricordo alcuna sensazione in quel mio passeggiare nervoso. Fino a che sento il pianto di un neonato. Paolo è nato ed è vivo, penso. I dati ufficiali diranno alle 23:28. Non riesco a sentirmi felice, e nemmeno sollevato, perché all’appello manchi ancora tu, e senza di te manca la metà del mondo.

Passano altri quindici minuti. Mi ripeto che è normale, perché in fin dei conti ti hanno fatto un’anestesia totale, ma la verità è che ho paura. Mai, nemmeno da bambino, ricordo di aver provato un tale senso di impotenza. Finalmente esce un’ostetrica, la stessa che ci aveva seguito fino alla fine del travaglio, e sorridendomi dice “stanno tutti e due bene”. Brividi alla nuca, e un macigno che dal cuore si sposta un po’ più in basso. Finalmente posso di nuovo guardare in faccia i tuoi genitori e tua sorella e posso condividere con loro questo istante di sollievo.

Prima che possa vederti passano, mi pare di ricordare, altri quindici minuti. Ti raggiungo ai piedi del letto e ti leggo l’incubo negli occhi, tremi per il post operazione e la paura. A nulla servono le mie raccomandazioni e quelle dei dottori: hai bisogno di Paolo, hai bisogno di vederlo e sentirlo. Ci dicono che appena nato non respirava, che hanno dovuto ventilarlo, che ora sta bene ma che per precauzione devono portarlo a Padova per accertamenti. Sospetta asfissia per funicolo al collo, diranno. Negli istanti finali pre-parto il cordone ombelicale gli si era attorcigliato intorno al collo, creando una sofferenza cardiaca. Chi sa delle conseguenze al cervello da carenza di ossigeno non può rimanere tranquillo davanti alla frase “sta bene, ma dobbiamo mandarlo a Padova per accertamenti”. Beata ignoranza.

Il resto è un altro vortice di immagini impresse nella memoria in ordine casuale: la prima immagine di Paolo, il breve istante in cui lo hanno ricongiunto a te, la sua mamma, prima di caricarlo nell’ambulanza, il tragitto fino a Padova in macchina, l’arrivo al reparto di Patologia Neonatale, la firma delle carte in cui mi assumevo, come padre, la responsabilità delle conseguenze in seguito a tutte le cure invasive necessarie per tenerlo in vita. E tu sempre sola e lontana da noi.

Ci sono infiniti modi per approcciare la paternità; il destino ha deciso che il mio doveva essere il più eclatante. Il senso di responsabilità mi era arrivato tutto in una volta, imponente e crudele, come uno tsunami davanti a una casa di paglia. Ci aspettavano giorni duri: tu sola a Piove di Sacco, io su e giù a Padova, a vedere i suoi progressi e portarti foto e informazioni fresche. Ma per quanto riuscissi a rimanere ottimista, il pensiero di te senza Paolo nei primi giorni della nostra vita insieme mi serrava la gola e mi lasciava un profondo senso di ingiustizia e frustrazione.

L’incubo non era ancora finito.

 

Sabato 19/11/2016, ore 11:30

Finalmente siamo seduti nel nostro divano, rilassati. Paolo ha appena fatto la sua terza poppata giornaliera e dorme beato nella culla. Siamo a casa da Lunedì sera, ma i primi giorni sono stati frenetici, si sono susseguiti senza che ci fosse distinzione tra notte e giorno, tra pranzo e cena. Paolo ci aveva già sconvolto abitudini, casa e vita. È strano che, per quanto sia normale e in qualche modo ci sia da aspettarselo, è una cosa che coglie sempre tutti impreparati. Dopo quei giorni in ospedale non avevamo avuto modo di rifiatare, Paolo reclamava giustamente tutte le nostre energie e attenzioni.

Lo guardiamo dormire sereno e ci sembra quasi impossibile dopo tutto ciò che abbiamo passato. È la prima volta che ci prendiamo una piccola pausa da quando ti hanno ricoverata, e cominciamo a scambiarci le nostre opinioni, sensazioni e sentimenti di quei giorni. Io ti confido che ero molto più impaurito di quanto ti avessi fatto credere, tu mi condividi gli incubi che hanno infestato quelle notti maledette in cui eri sola in quel letto d’ospedale. Ciascuno ora è più consapevole di ciò che ha passato l’altro e ora, forse, siamo ancora un po’ più uniti.

La tristezza di non averlo stretto tra le braccia al suo primo respiro non ci ha ancora abbandonati, e so che rimarrà per sempre un’ombra nel nostro percorso. Ma abbiamo ancora un numero infinito di sguardi, baci e carezze; un numero infinito di giorni, esperienze e scoperte; un numero infinito di volte in cui ci stupiremo di come possa essere bello essere i suoi genitori. Abbiamo perso solo tre giorni, in fondo.

Ma nel tuo sguardo vedo un’amarezza che non ti ho mai visto, una tristezza profonda che ti solca il viso. E allora capisco che hai bisogno di me, ora. Hai bisogno che ti dica qualcosa di bello, qualcosa che ti faccia affrontare il futuro con fiducia. Ti guardo, respiro a fondo, ti prendo il viso tra le mani e ti sussurro, con voce rotta: “Quanto fa infinito meno tre?

E ora, finalmente, tutto è come dovrebbe essere.

Non andare via

Riemergo dal sonno, forse svegliato dal colpetto sul fianco che farai finta di avermi dato per sbaglio. Perché, in fin dei conti, lo fai sempre: quando non riesci a dormire mi svegli e mi fissi, non puoi sopportare che io dorma e tu no. Mi giro ed eccoti lì, non appena riesco a mettere a fuoco la vista. Ogni mattina guardarti è una sorpresa, perché riesco a scorgere particolari sempre nuovi. Quelle efelidi ad esempio, appena pronunciate in inverno, ma che in estate esplodono in un gioco unisci i puntini fino all’infinito, o quel naso appena storto, che si nota solo fissandoti a lungo da una certa angolazione, privilegio solo mio. E quella bocca dal taglio nobile, che tanto mi ricorda alcuni ritratti di donne del ‘500.

Ma oggi c’è qualcosa di diverso. Hai qualcosa di troppo grande per tenertelo dentro, te lo leggo negli occhi, e io mi sento utile perché sono sempre e comunque la tua prima scialuppa di salvataggio; che qualche volta fa acqua, e magari non ti porta in salvo ma, nonostante tutto, la tua prima scelta.

Ora che i miei sensi cominciano ad assestarsi, mi concentro sui tuoi occhi, che non sono gonfi solo dal sonno. E infatti mi basta un gesto per vedere la prima lacrima bagnare il cuscino. Ti accarezzo una guancia e ti scogli, sembri voler scomparire dentro il mio abbraccio. E io mi sento così egoisticamente e meravigliosamente utile ad essere lì con te e per te in questo momento.

Ho sognato di mia nonna”, sussurri. Mi devo sforzare per capire cosa questo significhi per te, e in particolare oggi. Perdere i nonni in età adulta fa parte dell’ordine naturale delle cose, è un appuntamento spiacevole a cui non vorremmo andare, ma che sappiamo già fissato. Quando purtroppo accade, è come se la fase del lutto fosse già elaborata. Forse è solo un modo che abbiamo per sentire meno male. E di solito funziona. Ma non per te, non in questo caso.

Nonna - bimbo maniDi solito gli eventi vissuti durante il giorno non entrano nei sogni la notte seguente, la nostra mente ha bisogno di elaborare le informazioni, interiorizzarle secondo meccanismi tuttora sconosciuti. Ma stavolta sono entrati spalancando prepotentemente la porta, facendo entrare un freddo che ti penetra nelle ossa. E tu non eri ancora pronta; anche se, in fondo, non lo sarai mai, perché il tempo non altera i ricordi più vividi. Il tempo non guarisce, indurisce semmai. Solo perché non riusciamo ad accettare di cascarci un’altra volta, e poi un’altra ancora, semplicemente impariamo a reagire diversamente a determinati stimoli e percezioni, e ogni volta non cadere nel vortice della malinconia diventa un po’ più facile.

Ieri era il primo anniversario della morte di tua nonna, e siamo andati insieme al cimitero a salutarla. È passato solo un anno, anche se, in realtà, se n’era già andata molto prima, chiusa in quel male terribile che ti toglie i ricordi e rende estraneo tutto, persone e cose. Quel male il cui nome ricorda più un attaccante tedesco del Bayern Monaco che una malattia. Ho avuto la fortuna di conoscerla quando ancora aveva qualche lampo di lucidità; ricordo ancora lo sforzo che fece per alzarsi dalla sedia la prima volta che mi vide. Non per me, ma per cosa io rappresentassi per te: il compagno della sua nipote prediletta. La nipote che, assieme a tua madre, aveva cresciuto. Era più di una nonna, era il metronomo che scandiva le tue giornate.

A voce bassa, scandendo le parole, mi racconti il sogno. Forse per controllare il pianto, o forse perché lo stai rivivendo anche ora, da sveglia. Una giornata come tante, in cui dopo cena scendevi al piano sotto, dove abitava con tuo nonno, a guardare la televisione. Forse era la serata di Dallas, non ricordi bene, ma ciò che ti rimane impressa è l’immagine di te e tua nonna sul divano. Lei che ti accarezza le gambe, per ore, ininterrottamente. Quando eri piccola, davanti alla televisione, come quando eri grande e andavi all’università, davanti ai libri. Forse è per questo che schiavizzi me, ora, sul divano: non posso sedermi se non con le tue gambe sopra le mie. Ora lo capisco, e sono contento che tu abbia scelto me per soddisfare questo tuo bisogno primario.

Ma è la frase che ti ha fatto svegliare di soprassalto a farti male, una frase che non riesci a dimenticare. È tardi, e tua madre, come faceva sempre, dal piano di sopra batte il mestolo sul pavimento per ricordarti che è ora di andare a dormire. Tu scatti in piedi, ma tua nonna ti blocca e ti guarda.

Non andare via”.

Solo tre semplici parole, ma non è difficile capire cosa ti stiano scatenando dentro. Il sogno ti ha travolto perché era una replica di quelle giornate lontane, semplici e vere. Così vivido da darti l’illusione di poter correre da lei, ora, come se fosse ancora lì, nel piano inferiore, ad aspettare la sua nipotina. Solo ora posso capire quanto male ti faceva quando, nell’ultimo periodo, non ti riconosceva nemmeno più.

Ieri, al cimitero, siamo stati qualche minuto davanti alla sua tomba. Le hai parlato in silenzio, poi ti ho accompagnato da tuo nonno, sepolto qualche metro più in là. Non ho fatto in tempo a conoscerlo, ma dalla foto sulla lapide sembrava un tipo simpatico. Io non vado mai al cimitero, e nel non vederli insieme, vicini, ho provato una profonda tristezza. Mi hai spiegato che è normale, che se non acquisti uno spazio per una tomba di famiglia non puoi pretendere che i tuoi parenti possano essere sepolti uno accanto all’altro. Ricordo di aver pensato che una coppia, che è stata insieme per così tanti anni, forse, vorrebbe restarlo poi per l’eternità. Forse è veramente così, o forse ci piace solo pensarlo. Perché il cimitero è per i vivi, per chi resta, non per chi se n’è andato; loro, probabilmente, hanno altro a cui pensare.

Poi abbiamo girovagato tra le tombe, tra altri tuoi parenti e conoscenti. Abbiamo ricostruito la storia degli ultimi decenni del tuo paese, come scorrere un album di un’unica grande famiglia, narrato tra un “questo è il nipote di quell’altro” e “questo aveva il negozio di generi alimentari dove ora c’è la gelateria”.

Ricordo il mio sentirmi spaesato, in quel contesto. Estraneo a quello scenario fatto di continuità e ricordi, in questo come in qualsiasi altro album di famiglia. Non ho mai voluto pensare troppo al passato, non perché il mio sia particolarmente doloroso, ma perché concentrato su presente e futuro. E per non rimpiangere le cose che non avevo avuto ed essere pronto ad accettare nuove sfide. Ma ieri ho capito una cosa: il passato non potrà certo dirti chi sei, ma ti ricorda quali sono le tue origini, le tue radici, ed è un buon punto di partenza. Io vedo le tue, così profonde e radicate, e capisco perché sei così attaccata alla terra. Cerco le mie, e faccio fatica a scorgerle. Per scelte non mie, più volte ho dovuto cambiare casa, luoghi e amici. Ricominciare ogni volta da capo era diventato normale. Ho sempre pensato di poter vivere in ogni luogo. La malinconia di lasciare qualcosa o qualcuno veniva sempre vinta dalla curiosità per il nuovo che mi si presentava davanti.

Ho sempre scelto di ricominciare da capo. Ma ora ricomincerei sempre da te, scegliendoti ogni giorno.

Klimt - Il bacioTi guardo ancora, nel letto, mentre cerchi una posizione più comoda. Ti fisso, lascio che il tempo passi senza rendermene conto. In questo momento sono così fragile che potresti distruggermi, farmi in mille pezzi se solo lo volessi. Forse l’amore è proprio questo: il sapere di potersi abbandonare, mettere le proprie debolezze nelle mani di un’altra persona sperando che non se ne approfitterà mai. Ti osservo mentre lentamente ti calmi. I tuoi respiri si fanno più regolari e profondi. Continuo ad osservarti finché ti riaddormenti, perché in fin dei conti è domenica e chi se frega se la mattinata se ne andrà così. Ti annuso, cercando la sicurezza del tuo odore, che saprei riconoscere ovunque. E ora, solo ora che sei inoffensiva mi lascio andare anch’io. Perché dei due sono l’uomo e ci tengo al mio ruolo, vero o presunto. Perché anche la paura fa parte dell’amore, in barba ai luoghi comuni. La paura di perderti, o di non essere all’altezza. La paura di non riuscire a leccare via tutto il sangue dalle tue ferite. E senza che riesca a controllarlo, anche i miei occhi si gonfiano di pianto. Ti annuso ancora, e sai di buono, sai di casa. E finalmente ne comprendo il mio significato personale: per me casa saranno tutti i luoghi del mondo in cui potrò riconoscere il tuo odore.

A tutti i costi

Il racconto che segue vorrebbe denunciare, in maniera leggera e grottesca, lo stato dell’Editoria in Italia e la difficoltà di pubblicare per chi, come me e come molti altri, ha deciso di armarsi di penna e spada per dare voce ai propri sogni.
Il protagonista, a cui ho prestato il mio vero nome, è un personaggio di fantasia,
con cui condivido però alcuni aspetti caratteriali e somatici.

Venezia, 12 Agosto 2014

“Perché l’ha fatto, Signor Baldoni?”
Guardo divertito il commissario. Sulla targhetta, tra scartoffie e computer, leggo Commissario Giuseppe Esposito. L’accento, più ancora che il cognome, lo inganna. È indubbiamente meridionale, probabilmente dalle parti di Napoli. Simpatici, i napoletani. Il mio nuovo amico Giuseppe ha un’aria stanca e annoiata. E lo credo: è quasi mezzogiorno, fa caldo e preferirebbe starsene in qualche spiaggia assolata. Leggo antipatia nel suo sguardo, probabilmente ha già letto il verbale che mi riguarda e chissà quali altre informazioni sul mio conto. Mi è simpatico, questo baffuto e paffuto commissario, e un po’ mi spiace che si faccia di me un’idea sbagliata. Quando gli avrò spiegato tutto mi darà ragione, capirà che non potevo fare altrimenti.
Io, seduto nella mia sedia, sono tranquillo e rilassato. Certo, ho un po’ di sonno, ho dormito solo poche ore e l’ultima notte è stata molto faticosa. Il letto della cella non era poi così scomodo, ma quando mi hanno arrestato, stanotte, erano ormai le quattro del mattino. Da due ore mi fanno girare da un ufficio all’altro, sempre in piedi e con le manette che, vi assicuro, sono tutt’altro che comode. Io poi ho sempre odiato i braccialetti. Per fortuna il mio nuovo amico Giuseppe me le ha fatte togliere appena mi ha visto. Forse ha capito che non sono poi così pericoloso.
Fatico ancora a credere di aver trovato il coraggio di fare quello che avevo preparato ormai da tempo. Ora mi sento stanco ma, finalmente, appagato. Vorrei lasciarmi andare nella sedia. Le braccia mi fanno male, i polsi mi pulsano. Penso con soddisfazione alla mia opera, che finalmente riceverà l’attenzione che merita. Ed è un pensiero dolce, che mi accarezza l’anima e mi dà delle piccole, quasi impercettibili scosse alla testa. La voce del commissario interrompe il torpore in cui stavo per precipitare.
“Allora, Signor Baldoni, ci vuole spiegare perché ha fatto quello che ha fatto?”
Certo, che stupido. Giuseppe ha bisogno di una spiegazione e io gli sto facendo perdere tempo. Glielo devo a questo paffuto napoletano, emigrato qui al Nord per chissà quali ragioni. E lo devo anche alla mia città. Lo devo alla mia Venezia, che amo così tanto, ma che mi ha visto costretto a deturparne uno dei simboli che l’hanno resa famosa nel mondo. Ho dovuto farlo, pur sapendo di attirarmi l’antipatia di molti miei concittadini. D’altra parte, si sa, si riesce a fare serialmente del male solo a chi si ama. Ma, in questo caso, si tratterà di una ferita superficiale, che si rimarginerà presto.
Finalmente, dopo le ultime ore dove mi ero chiuso in un mutismo assoluto, anche per creare un alone di mistero sul mio gesto, decido di aprire la bocca e soddisfare il mio interlocutore.
“Caro commissario, le dirò tutto, ma a una condizione”.
Mi stupisco di come il mio tono risulti deciso e la voce ferma. Il caro Giuseppe Esposito tradisce un certo stupore; quando risponde, lo fa con una punta di disappunto ma anche, mi sembra di scorgere, di divertimento.
“Non mi sembra che lei sia nella posizione di dettare condizioni, comunque sentiamo cos’ha da dire”.
Mi metto composto nella sedia. È strano per uno che ha le mie aspirazioni, ma parlare di me mi ha sempre messo in imbarazzo. Ci provo.

 

Mi chiamo Stefano Baldoni, sono nato a Venezia il 12 Agosto di 39 anni fa. Non è un caso che sia qui a raccontarvi di me, oggi, proprio nel giorno del mio compleanno. Nulla accade per caso.
Nasco senza una capello e venti giorni dopo la data stabilita dai dottori. Questi due fatti hanno indelebilmente segnato la mia vita: i capelli li ho persi quasi tutti prima di compiere vent’anni e sono un ritardatario cronico. Per ripicca e per evitare l’effetto palla da bowling mi sono fatto crescere la barba, in modo da ristabilire l’equilibrio. Per quanto riguarda il ritardo, invece, ho una vera e propria patologia: se ho il sospetto di essere in orario, mi trovo qualcos’altro da fare in modo da arrivare tardi.
Non sono mai stato bello ma, per fortuna, nemmeno timido: la prima morosa l’ho avuta all’asilo. Alle elementari e medie poi, la mia intraprendenza ha fatto, per l’appunto, scuola; vuoi perché Venezia ispira poesia nei suoi abitanti, vuoi perché avevo capito che per ottenere le cose è necessario sudarsele. Peccato che a una certa riconosciuta bravura nell’approccio, non si sia mai accompagnata altrettanta capacità di instaurare rapporti duraturi. Ecco perché, a 39 anni, sono ancora single per scelta. Scelta di altri, si intende. Molte storie, tante relazioni, molto fumo e poca sostanza.
Ma torniamo all’adolescenza, tempo di ormoni con i denti. Per mantenere vivo il mio istinto di cacciatore, mi iscrivo a un istituto tecnico a Mestre prima e a Ingegneria delle Telecomunicazioni poi. Il percorso tecnico, si sa, è quasi privo di anime femminili, e avrei corso il rischio di sentirmi appagato in ambienti pieni di rappresentanti del gentil sesso come licei e atenei umanistici. Nonostante spiccate doti nelle arti del gozzoviglio e del cazzeggio, riesco a diplomarmi e laurearmi. Non perché sia particolarmente intelligente, ma perché testardo e tenace. E poi odio interrompere le cose a metà.
Nel frattempo, quando ho ancora 15 anni, sono costretto a trasferirmi a Mestre per scelte familiari, abbandonando così l’aura protettiva e compassata di Venezia, a cui però il cuore rimane legato.
Del mio lavoro non vorrei parlare molto, passo dalle otto alle dieci ore al giorno in uno stabilimento in cui si producono oggetti che devono essere poi venduti, nell’ottica di produrne sempre di più. Fino al completo esaurimento delle risorse, mi viene da aggiungere. Ma questa è un’altra storia. Maledette digressioni.

 

Ora devo ritornare sulla Terra. Il buon commissario sta aspettando la mia mossa. Volente o nolente sono riuscito a stimolare la sua curiosità, glielo leggo negli occhi. Respiro a fondo due volte e parlo.
“Lei registrerà quanto le dirò e la registrazione dovrà essere integralmente riportata domani su tutti i giornali locali”.
Non che avessi dubbi sul fatto che il mio gesto avrebbe avuto una qualche risonanza mediatica, anzi. L’avevo fatto apposta. Ma volevo essere io a decidere il messaggio.
Senza dare modo al commissario di rispondere, forse incredulo, forse dubbioso della mia totale sanità mentale, comincio a raccontare la mia storia.

 

Da Il gazzettino del 13 Agosto 2014

Palazzo DucaleL’impalcatura che, per i lavori di ristrutturazione in corso, copre da circa quindici mesi Palazzo Ducale, uno dei simboli di Venezia nel mondo, la scorsa notte è stata oggetto di una bizzarra aggressione. Da oggi, e chissà per quanto, veneziani e turisti potranno “ammirare” un enorme disegno che ne copre quasi un quarto dell’intera superficie, in bella vista da Piazza San Marco. Autore dello strano gesto è Stefano Baldoni, un veneziano di 39 anni, ora residente a Mestre, ingegnere stimato e, fino a ieri, cittadino modello.

Il motivo è spiegato dallo stesso autore in una testimonianza registrata e riportata, come da sua esplicita richiesta, in esclusiva nel nostro giornale. C’è da dire che l’atto vandalico non lascerà segni indelebili al celebre monumento: basterà infatti attendere il termine dei lavori e la rimozione dell’impalcatura, anche se c’è da interrogarsi sull’attendibilità della data, già posticipata due volte.
L’autore voleva certamente attirare l’attenzione su di sé: al termine dell’opera è stato lui stesso a contattare le forze dell’ordine e, al loro arrivo, era già circondato da un nutrito numero di persone. Alcuni divertiti, di certo turisti reduci da una nottata a bacari, altri inviperiti, di certo veneziani non contenti della scelta del celebre monumento come “vetrina”. Viene anche da interrogarsi sulla sanità mentale di Baldoni, che all’interrogatorio in Questura è però sembrato perfettamente lucido e in pieno possesso delle proprie facoltà mentali.
Riportiamo di seguito la registrazione così come ci è pervenuta per dovere di cronaca e senza esprimere giudizi sui contenuti, limitandoci a porre un quesito finale. Preferiamo lasciare ai nostri lettori giudicare quanto segue.

 

“Chiedo scusa a tutti i veneziani e a quanti amano Palazzo Ducale in particolare. Il disegno che da oggi vedrete sull’impalcatura che lo copre, rappresenta la copertina del mio romanzo, un thriller dal  titolo “La gabbia invisibile”. Rappresenta, stilizzata e digitalizzata, la testa di un uomo che urla dentro una gabbia.
Copertina La gabbia invisibileSpero che inquieti quanti la vedranno, perché era quello il mio scopo. Entrare nel cantiere è stato facile, ma mi ci sono volute quasi venti bombolette di vernice e quattro ore di lavoro per riprodurre la copertina sulla tela dell’impalcatura.
Perché l’ho fatto, vi chiederete.
Il motivo è molto semplice: è l’unico modo per riuscire a pubblicare. Il mio romanzo, un thriller, è stato sottoposto alla valutazione delle principali Case Editrici italiane e, pur ricevendo complimenti per contenuti, stile e forma, è sempre stato rifiutato. Sulle prime non riuscivo a capacitarmene, poi ho cominciato a raccogliere un po’ di informazioni.
La verità è che in Italia si legge poco e, viceversa, si scrive molto. Ogni anno vengono pubblicati circa 60000 libri. In altre parole, oltre 160 libri al giorno, e stiamo parlando solo di nuove pubblicazioni e ristampe. Troppi, per un’industria che dal punto di vista delle vendite non decolla. Infatti solo una percentuale esigua arriva in libreria, e una percentuale ancora inferiore ha tirature che superano il migliaio di copie. Considerato il basso livello di alcune pubblicazioni, la cosa potrebbe anche essere positiva, se servisse ad alzare il livello dell’offerta. Purtroppo non è così. Le Case Editrici, coloro che di fatto stampano e pubblicano i libri, sono prima di tutto delle aziende e in quanto tali devono ottenere un utile. Un libro è, al di là di tutte le speculazioni e stereotipi, un oggetto che deve obbedire a precise regole di mercato. È un dato di fatto, ad esempio, che gialli e thriller vendano più di saggi e poesia. Da qualche anno poi, molti comici, calciatori, presentatori o personaggi comunque non famosi in ambito letterario hanno pubblicato libri di successo, saltando di fatto la gavetta a cui tutti gli altri sono invece costretti agli inizi. Sembra infatti che il solo nome famoso basti alle grandi Case Editrici per elargire generosi contratti di pubblicazione, abbandonando quindi quella che dovrebbe essere, almeno nell’immaginario collettivo, la loro prima missione: diffondere la cultura. Ciò passa in secondo piano a favore del facile profitto derivante dalle vendite del libercolo scritto dal vincitore del reality di turno o dal calciatore del momento. L’editoria e le librerie di qualità esistono, ma faticano a rimanere a galla.
Non potendo combattere il sistema con l’unica arma in mio possesso, la penna, ho deciso di adeguarmi anch’io: diventerò famoso! Il mio gesto mi darà visibilità; mi renderà, anche se per poco, celebre. Come personaggio famoso nessuna Casa Editrice rifiuterà il mio romanzo. Arriverò alla pubblicazione e avrò, finalmente, successo.
Scrivere per me è ormai una droga e pubblicare un’ossessione; il mio mestiere di ingegnere mi sembra, ora, inutile e alieno. Io sono nato per scrivere libri. Pubblicherò con una grande Casa Editrice. A tutti i costi”.

 

Ecco quindi il motivo di tanto trambusto.
Viene spontaneo chiedersi se il vero motivo per cui il romanzo in esame non abbia già trovato la soddisfazione della pubblicazione, non sia in realtà un altro, molto più semplice: e se la qualità dello scritto non fosse tale da meritare l’attenzione di una grande Casa Editrice?
Se così fosse, allora, l’autore dovrebbe pensare a qualcosa di più eclatante per ottenere visibilità. Magari evitando, ci auguriamo, di recare danno ai monumenti della nostra amata, e già fin troppo vituperata, città.